Fascino criminale

"Dillinger? Più eroe che gangster. E oggi ci toccano i trafficanti di droga", dice Michael Mann. A Roma con Nemico pubblico
3 Novembre 2009
Fascino criminale

“A suo tempo Dillinger fu un eroe, più glamour di un divo hollywoodiano. I criminali di oggi invece non hanno nulla di affascinante, non rapinano le banche e fanno i trafficanti di droga”. Se qualcuno nutriva ancora un dubbio sulle simpatie di Michael Mann verso il gangster più celebre (e celebrato) d’America, il regista lo spazza via definitivamente: il suo Nemico pubblico – presentato stamattina a Roma e da venerdì nelle nostre sale in 350 copie distribuite da Universal – non è apologia del criminale ma poco ci manca: “Parlava bene, era elegante, educato, sapeva ammaliare i giornalisti. E sì, rapinava anche le banche, ma in un momento in cui queste dilapidavano i risparmi della gente”. Qualche assonanza con la recente crisi finanziaria? “Mi piacerebbe, ma non è così. Non era ancora esplosa quando stavo girando il film”. Che non è un biopic “perché racconto – sottolinea Mann – solo gli ultimi mesi della vita di Dillinger, ovvero quando la sua luce esplode e si spegne all’improvviso”. 
Abituato a lavorare con grandi nomi (da De Niro a Pacino, da Russell Crowe a Tom Cruise), anche stavolta il regista di The Heat-La sfida e Collateral non si è fatto mancare nulla: Johnny Depp nel ruolo principale, Marion Cotillard è la partner, Christian Bale l’antagonista: “Mi piace lavorare con i talenti. Johnny (Depp, ndr), a differenza di De Niro e Pacino, non ha nulla di costruito, non ha studiato, è molto naturale. E volevo vederlo alle prese con un ruolo diverso dal solito, che lo spingesse a tirare fuori le emozioni più profonde di Dillinger”. 
Immersione è una parola che il regista usa spesso: “Attori e spettatori dovevano “provare” sulla pelle quelle vite. Perciò abbiamo usato i veri oggetti personali di Dillinger, le armi del periodo, le auto d’epoca e le location reali: Depp poteva guardare lo stesso soffitto fissato da Dillinger, cadere ammazzato lì dove era finito lui. Sono convinto che i luoghi abbiano un’anima che ci parla”. La ricostruzione d’epoca è in effetti ineccepibile: “Amo molto gli anni ’30 e m’interessava mostrare come pensava quella gente, il loro modo di vivere. I gangster poi erano eroi romantici: non pensavano al futuro, ma a fare ciò che volevano e trarne il maggior divertimento possibile. Veri fatalisti”. 
E al destino crede lo stesso Mann, senza dimenticare però le responsabilità degli uomini. I personaggi hanno sul suo cinema un effetto simile a quello di una goccia nell’acqua: muovono un contorno, allargano il proprio raggio d’azione: “Le azioni di Dillinger hanno determinato un cambiamento nell’organizzazione poliziesca, che grazie a Hoover è diventata federale. Sempre il capo dell’FBI, per il quale non nutro molta simpatia, aveva capito l’importanza del consenso. Lo scontro con Dillinger avveniva anche sul terreno dell’opinione pubblica e Hoover si premurò d’innovare le tecniche di propaganda, utilizzando i cinema per pubblicizzare le proprie iniziative e biasimare quelle del nemico”. Ma alla sconfitta – personale e storica – di Dillinger contribuì soprattutto il crimine organizzato: “I nuovi gangster non volevano troppa pubblicità, imparavano a fare soldi diversamente. Perciò gli fecero attorno terra bruciata”. 
Fautore del digitale, perché “mi consente di fare molte più cose in fase di post-produzione”, Mann non esclude comunque un ritorno alla pellicola e sogna un giorno di realizzare un film in 3D: “Vorrei vedere l’effetto che fa con le scene di rapina o con le sparatorie”. Difficilmente invece si cimenterà con le commedie: “Mi piacciono molto – dice – e vorrei poter girare un film come The Hangover, ma so di non esserne capace. Il mio prossimo progetto però ha molti elementi sarcastici, anche se la storia è una versione attualizzata del Riccardo III“.

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