Fakebook

Più che pamphlet politico-sociale, è una tragedia classica con protagonista un personaggio pirandelliano. Che molto però dice sul nostro tempo; The Social Network
1 Novembre 2010
Fakebook

E’ il titolo dell’anno. No, un mucchio di frottole.
Agli antipodi i giudizi finora espressi su The Social Network. Nel caso del film di Fincher – stasera in anteprima a Roma e dal 12 novembre in sala – la verità è un rebus. E’ vero che Mark Zuckerberg ha creato Facebook per frustrazione? E’ vero che, ha tradito gli amici allontanandoli dalla società che avevano contribuito a creare? E’ vero che ha dovuto disfarsi dei suoi scheletri nell’armadio a colpi di milioni di dollari? Forse. Come un perfetto trattato postmoderno The Social Network è di fede relativista. Non si sa nemmeno se il Mark Zuckerberg del film (Jesse Eisenberg) sia lo stesso della realtà o l’omonimo del caso.
Aaron Sorkin ha tratto una sceneggiatura credibile da un libro di parte, The Accidental Billionaires di Ben Mezrich. Nel testo di Mezrich l’ascesa di Zuckerberg – da nerd di Harvard a tycoon del web – viene raccontata dal punto di vista di Eduardo Saverin (Andrew Garfield), compagno di college di Mark e con lui ideatore di Facebook. Prima di esserne estromesso. Il suo è un ritratto al vetriolo.
Tutto inizia quando, mollato dalla fidanzata Erica (Rooney Mara), Zuckerberg escogita la vendetta perfetta: sottrae dai database di varie residenze universitarie le foto di tutte le ragazze, facendole circolare nella rete del campus sotto forma di pagina web. Per ogni scatto rubato una domanda: passabile o cozza?
La trovata genera sdegno perlopiù, ma un ristretto gruppo di ammiratori – su tutti i gemelli Winklevoss, rampolli dell’upper class – sogna di tramutarla in un innovativo strumento di socializzazione: una rete virtuale che faciliti i contatti tra i sessi, limitata a chi abbia un indirizzo mail di Harvard. Una comunità “esclusiva” dicono a Mark, proprio a lui che è sempre stato escluso da tutti.
Il resto è storia. Zuckerberg adatta l’idea trasformandola: da comunità ristretta a città globale. I soldi arrivano invece con l’ingresso in scena di Sean Parker, fondatore di Napster, Gordon Gekko dell’informatica. Vestigia Ivy League, sottoveste da squalo e volto di Justin Timberlake, diabolico e perfetto come il resto del cast. Sarà lui a convincere Zuckerberg dell’opportunità di mollare l’amico e vecchio compare Eduardo, convertendo l’idea del social network nel global market dei piazzisti di status. Facebook appunto.
Fincher insiste sul paradosso della community, regno di socialità fittizia e di solitudini reali. Compresa quella di Zuckerberg che, dalla sua, giura di aver vissuto un’esistenza meno triste di quella raccontata sullo schermo. Soprattutto non è mai stato mollato dalla ragazza in quel modo, di colpo. E pure se fosse? La drammaturgia ha una vita tutta sua. Erica sta a Zuckerberg come Rosebud sta a Foster Kane di Quarto Potere. E’ il nesso mancante, la ragione ontologica del personaggio, incapace fino in fondo di intrecciare relazioni umane e perciò portato a reinventarle, surrettiziamente, via web.
Ma The Social Network è molto di più di uno scavo psicologico e molto meno di un’indagine sociologica. E’ una tragedia di “amicizie, tradimenti, gelosie, vendette, denaro, sesso” (Sorokin). Ed è anche una storia pirandelliana: Zuckerberg è uno, nessuno, centomila. Un mosaico che non torna. Fincher ne mette insieme i pezzi, andando avanti e indietro nel tempo, modulando alti e bassi affettivi, ricorrendo al consueto affascinante upload visivo, proponendo – come in Rashomon – una versione per ciascuno dei protagonisti. Se, come uno yo-yo, il suo cinema gira e rigira, ottuso e ipnotico (complici le musiche di Trent Reznor), Zuckerberg è il centro, preso in una girandola di specchi che ne rifrange il profilo e non ne afferra mai il volto. Se fosse questo il nocciolo di Facebook?

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