E adesso canto!

"Baratterei il successo per dedicarmi alla musica", dice il più polivalente dei nostri attori. Che sogna di esibirsi con i Radiohead, ma il presente è Diaz di Vicari
13 Aprile 2012
E adesso canto!
Claudio Santamaria

Claudio Santamaria – da oggi sugli schermi con Diaz, diretto da Daniele Vicari – vive in perenne movimento, quando non è sul set disegna, s’impegna in difesa dei diritti dei colleghi con l’associazione Attori 7607, pensa continuamente a nuovi progetti. Come se non bastasse lo ha colpito di nuovo la febbre del teatro e da qualche mese in coppia con Filippo Nigro gira l’Italia con “Occidente solitario”. E poi c’è la musica, una passione vera. Del resto per uno che ha dato vita a Rino Gaetano, vissuto l’emozione di esibirsi con la Premiata Forneria Marconi a Sanremo e sfidato la piazza del concerto del 1 maggio a Roma, cantare e suonare non può essere un semplice passatempo ma qualcosa di profondo.Teatro, cinema, musica: una precisa esigenza artistica o anche un modo per nascondere una personale irrequietezza?Non credo di essere irrequieto, misurarmi con tante cose diverse risponde a un’intima necessità. Mi piace imparare, e il mestiere mi dà la possibilità di sondare vari lati dell’essere artista. Per un film ho imparare a suonare, per un altro a cantare, meravigliose opportunità che non mi sono sentito di abbandonare dopo l’ultimo ciak. Tutte maniere per esprimere me stesso e completare un quadro di insieme che, per mia fortuna, è ricco. A volte mi distacco per po’ da un’attività, ma mai per sempre. Ho cominciato con il teatro che poi ho lasciato perdere, ora sono tornato perché è una parte imprescindibile del mio essere attore. La frenesia dello spettacolo dal vivo è esaltante e cementa un rapporto speciale col pubblico.Senza il teatro come si supplisce al bisogno di adrenalina?Mi sono costantemente inventato altre strade, a partire dalla musica. Prima di iniziare le riprese di Rino Gaetano sono andato nei locali ad esibirmi. Ufficialmente mi allenavo per il film, in realtà i concerti con la Rino Gaetano Band erano un modo per caricarmi di energia creativa. Inoltre ho sempre amato leggere dal vivo poesie e brani di romanzi, altra esperienza davvero elettrizzante.E’ sbagliato dire che i ruoli interpretati finora sono serviti anche a superare dei limiti come persona?Considero questo aspetto fondamentale sebbene non sempre abbia coscienza di quali corde andrà a toccare un personaggio nel momento in cui accetto di farlo. Capita spesso che quello che recito abbia a che fare con il mio stato emotivo, come durante la lavorazione di Paz. In quel periodo mi sentivo totalmente inadeguato al mondo però ho avuto la lucidità di pensare che anche il personaggio era un uomo inadeguato alla vita e quindi potevo mettere il mio disagio al servizio del film per renderlo più vero e profondo. Inevitabilmente in questo dare si guadagna qualcosa come esseri umani. Certo, bisogna sapersi mettersi a nudo e non sempre è facile perché provoca sofferenza.E interpretare il poliziotto Max in Diaz come è stato? Totalizzante. Impossibile non esserne risucchiati. Sul set ho vissuto momenti difficili perché oltre alla forza delle vicende che stavamo ricostruendo, c’era il fatto che lavoravo con un caldo asfissiante in assetto antisommossa. Il mio poliziotto è un duro, ma non chiude gli occhi di fronte alla violenza insensata dei colleghi. Per la prima volta mi sono misurato con il potere, con l’idea di essere un capo da cui dipende un gruppo di uomini pronti a tutto. Li sentivo dietro di me, ne avevo fisicamente paura eppure li dovevo dominare. Non mi era mai successo di sondare un carattere così oscuro.Dalla A di Avati fino alla V di Vicari ha lavorato quasi con tutto l’alfabeto del cinema italiano. Cosa guida la scelta di un film?Le proposte non rispondono mai ai desideri, arrivano casualmente. Il segreto è capire se un progetto ha in sé qualcosa di speciale che ti appartiene. Uno degli ultimi film che ho fatto, I primi della lista, era una produzione a basso budget ma sul set si respirava un clima così positivo che il limite dei soldi alla fine si è rivelato una carta vincente perché ci ha resi liberi di sperimentare.Parliamo di donne. E’ vero che nell’adolescenza l’autostima era traballante?Non esageriamo, è una favola metropolitana. Ho avuto il mio bel periodo nero, però è durato poco. Non mi sento un sex symbol ma so di piacere.Torniamo a un amore che non tradisce. Un cantante o una band con cui esibirsi?Non ho dubbi, i Radiohead. Ho fatto addirittura un sogno in cui ero io il leader del gruppo mentre Thom Yorke mi faceva da spalla.Baratterebbe il successo come attore per dedicarsi alla musica?Subito, e non è detta l’ultima parola. In un prossimo futuro potrei seriamente decidere di fare il grande salto.

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