Coppola? Uno di famiglia…

Il regista rivela a Torino i suoi Segreti. E attacca: "Oggi il budget è proporzionale alla stupidità del film"
17 Novembre 2009
Coppola? Uno di famiglia…

“La famiglia è il nucleo più importante. Se amo il cinema, è perché posso parlarne con mia figlia Sofia, lavorare con mio figlio Roman, guardare i documentari che mia moglie fa sul set. In famiglia succede tutto: lì trovi quasi tutte le domande, e molte delle risposte”. Parola di Padrino, Francis Ford Coppola, che domani porta al 27° Festival di Torino il suo nuovo film, Tetro.
Coppola, per la sua casa di produzione American Zoetrope, ed Emir Kusturica, che accompagna una versione di 6 ore del suo capolavoro Underground, riceveranno il Gran Premio Torino, assegnato – dice il direttore Gianni Amelio – “a quei registi che hanno lasciato una traccia indelebile nell’arricchimento del linguaggio cinematografico”.
Dal 20 novembre in sala con Bim, Segreti di famiglia, questo il titolo italiano, è scritto e diretto da Coppola e fotografato in un superbo bianco e nero (il colore compare solo per i flashback) da Mihai Malaimare Jr: nella cornice della Boca di Buenos Aires, il melodramma scava nei conflittuali rapporti familiari del protagonista Teatro (Vincent Gallo), ossessionato dall’idea di “uccidere il padre”, egocentrico direttore d’orchestra (Klaus Maria Brandauer) che gli ruba la fidanzata e ne stronca le potenzialità letterarie perché “non può esserci più di un genio in famiglia”.
Un film molto personale?
Non solo per i molti riferimenti alla mia storia familiare, ma perché, assegnando da sempre la paternità del film a chi aveva scritto la storia, rimanevo in attesa di poter scrivere, un giorno, il mio: “A Coppola’s film”. Il lavoro più difficile, ma anche quello più essenziale, è la sceneggiatura. Ammiro chi come Woody Allen ogni anno firma un nuovo script originale: vorrei esserne capace anch’io.
Perché scrivere rende liberi…
Certo, Tetro è un inno alla mia libertà! Dopo il flop di Un sogno lungo un giorno che travolse la mia Zoetrope, per un decennio ho fatto quasi un film su commissione all’anno per pagare i miei debiti con le banche. Ovviamente, non avevo più il controllo pressoché totale che avevo ottenuto con Il Padrino. Solo dopo Dracula sono finiti questi problemi, e oggi posso infischiarmene del movie-business.
Che decisamente non le piace.
Non mi piace il cinema che si vive tra le mura degli uffici marketing, pensa alla televisione e pretende grandi incassi a scapito della qualità e della gioia di creare. Sono stufo di budget direttamente proporzionali alla stupidità dell’opera.
Come vede i colleghi più giovani rispetto alla vostra generazione d’oro?
Il rimpianto del passato è uno stereotipo: bisogna guardare al presente con obiettività, e ottimismo. Vedo tanti bravi registi: da Spike Jonze ad Alexander Payne, passando per Catherine Hardwicke, Tamara Jenkins, Gus Van Sant, Steven Soderbergh… Forse è il mondo a non meritarli, e non il contrario: vale in tutti i campi, quando giudichiamo le giovani generazioni.

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