Blue Jasmine

Un Woody Allen chiamato Melancholia: basta favole, il ritorno negli Usa è una carezza in un pugno
3 Dicembre 2013
Blue Jasmine
Woody Allen e Cate Blanchett sul set di Blue Jasmine

I critici anglosassoni si sono soffermati sugli echi di Un tram chiamato desiderio, sulla fortuna di San Francisco nel cinema di Allen, sui suoi indelebili personaggi femminili, cui ora si deve aggiungere la Jasmine di Cate Blanchett, ma non di solo cinema vive un uomo, e anche Woody si deve adeguare: quanti rovelli, magagne, vissuti e trascorsi privati ci sono in questo suo ultimo film? Tanti, e l’ineluttabile amarezza, la necessaria infelicità di Blue Jasmine non sembra scelta meramente artistica, ricorso poetico, evenienza drammaturgica: Jasmine sta male e, parrebbe, Woody pure, ma il pubblico dove sta? Specchiandosi in Jasmine, a metà strada: attrazione e repulsione, l’immedesimazione è il tertium non datur. Su Woody uomo vai a sapere, ma il cineasta sta benone: forse, dovrebbe curare meglio le scene, qui e là si sente il “buona la prima”; forse, la contemplazione delle classi basse non è il suo forte; forse, la stanchezza e la prospettiva sul fine vita rendono amari e non gli fanno più amare i suoi personaggi; forse, ma Blue Jasmine è uno degli Allen migliori da Pallottole su Broadway. Moltissimo va ascritto a Cate Blanchett, splendida altalena emozionale nei panni dell’eponima socialite neworkese che, complice il tracollo del marito (Alec Baldwin, perfetto) fedifrago e truffatore à la Bernie Madoff, passa dalle stelle alle stalle, raggiungendo esaurita e disoccupata la sorella povera (Sally Hawkins, ottima) a San Francisco. Occasione di rinascita, riscatto, resurrezione? Macché, è durissima: la sorella ha un fidanzato macho (Bobby Cannavale), due marmocchi da un precedente matrimonio (l’ex marito è uno dei tanti rovinati da Baldwin), eppure, sta meglio lei. Jasmine no: alterna sofisticatezza glam – è vestita da Dio, complimenti alla costumista – e disperazione alcoolica (il bicchiere sempre in mano, vodka martini su tutti), vagheggia una nuova vie en rose e poi parla da sola, è un pendolo impazzito tra passato e presente, nostalgica potenza e atto rovinoso (gli attributi si possono scambiare). Soprattutto, non sa stare da sola. Studia informatica per darsi al design d’interni online, lavora da un dentista arrapato, poi trova un bel diplomatico con ambizioni politiche (Peter Sarsgaard): il principe azzurro?
Potrebbe, ma Allen non (si) racconta più favole: dopo Midnight in Paris e To Rome with Love, il back in the US è una carezza in un pugno, una risata nella tragedia, una scorza di limone nel martini, buttato giù previo Xanax. Se per per Kechiche (titolo internazionale de La vita di Adele, dal fumetto omonimo) Blue is the warmest colour, per Allen no: blu rimane il colore della tristezza. Blue Jasmine, l’onnipresente Blue Moon e un altro pianeta-pillola già osservato da Lars Von Trier: Melancholia.

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