Berlino 65: intervista a Juliette Binoche

"Questo film ha un significato speciale per me. In qualche modo, mi ha cambiata", dice l'attrice. Protagonista di Nobody wants the Night di Isabel Coixet
6 Febbraio 2015
Berlino 65: intervista a Juliette Binoche

Una partenza sul ghiaccio quella della 65ma Berlinale inaugurata dal dramma sull’Artico, Nobody Wants The Night, della regista spagnola Isabel Coixet con Juliette Binoche avvolta nelle pelli e pellicce di Josephine Peary, la prima donna ad aver attraversato il Polo Nord, nel 1909. È dalla metà degli anni ottanta che il Premio Oscar Binoche (per Il Paziente Inglese, 1997) è ospite d’onore dei Festival internazionali più importanti; almeno dal successo di Rendez-Vouz, a Cannes, nel 1985.
Berlino tuttavia è sempre nel cuore dell’attrice: “Tornare a Berlino ogni volta è come rivivere una storia in comune. Ho girato film qui, sono stata premiata qui, una parte importante della mia carriera ha trovato le sue chance qui. Eppure, è sempre una sfida, e un’emozione, percorrere il Red Carpet della Berlinale. Perché so, da attrice, che in questo Festival conta davvero il cinema“.
In Nobody wants the Night è la moglie dell’esploratore artico Robert Peary che, forse, è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Nord. La storia di questa lotta per la sopravvivenza viene raccontata dal punto di vista della moglie.
Non si è mai vista soffire così tanto sullo schermo come in questo film. Che posto ha questo ruolo nella sua carriera?
È un film che affronta una storia estrema e, da profesionista, si tratta di una sfida estrema. Portare sullo schermo quei momenti, quei giorni, quei mesi nel nulla, nel gelo, nel bianco, al fianco di una donna giovane e incinta e poi anche di un neonato, senza cibo, è stato non solo recitare un ruolo, ma cercare di essere all’altezza delle prove della vita. Questo film ha e avrà sempre un posto speciale per me. In qualche modo, mi ha cambiata. Il film è stato girato in realtà poco nel freddo, e molto in studi di posa in Bulgaria, a temperature estive. „Da professionista devi essere pronto, e bravo, a lavorare anche a condizioni non ottimali. Le storie vanno raccontate a qualunque costo e latitudine. Ho imparato a fronteggiare le circostanze molto presto, anche in film dove non avevo letteralmente nulla addosso, e questo anche a meno venti. In altri ho dovuto indossare pesanti maglioni di lana in piena estate a Parigi a quaranta gradi.
Sembra che le temperature avverse accompagnino la sua carriera
.In effetti mi ricordo di tutte le temperature che ho avuto nei miei film. È strano, e forse affascinante. Ti restano impressi i gradi esterni, quando sullo schermo porti tempeste e conflitti interiori.
In questo film lei interpreta letteralmente anche il freddo. Sul suo volto diventano reali le temperature polari che avvolgono il suo personaggio.
Sì. Lo prendo come un complimento. Portare sullo schermo la storia di Josephine Peary è stato come lavorare nudi a meno quaranta gradi.
Della regista Isabel Coixet ha detto “è una pittrice con la macchina da presa”.
Sono pochi i registi oggi cui riescono ritratti femminili così intensi. Isabel penetra nelle storie e le racconta dal di dentro. In questo è una pittrice impressionista. Non segue regole, né ama darne. Lascia che la storia, e la passione degli attori, seguano il loro corso, spontaneamente. Quando lavori con lei non sai mai quale camera ti stia riprendendo, da quale angolo, o semplicemente se sia accesa.

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