Bari città aperta

"Rossellini inquadrò il disfacimento dell'Occidente", dice Viganò. Che riflette su quella Roma atipica Per il cinema italiano
16 Gennaio 2009
Bari città aperta
Roma città aperta

Ultimo appuntamento con il cinema neorealista a Bari, con la proiezione di Roma città aperta, capolavoro di Roberto Rossellini del 1945 e manifesto del celebre movimento cinematografico italiano, che questa sera verrà introdotto da Dario E. Viganò, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, presso Il Piccolo Cinema (Bari, Santo Spirito), in occasione del festival Per il cinema italiano diretto da Felice Laudadio.
Viganò è stato invitato a chiudere il ciclo di visioni sul Neorealismo, pensate da don Giuseppe Cutrone, direttore sala del circuito ACEC, in collaborazione con la manifestazione del capoluogo pugliese: i precedenti interventi sono stati quelli di monsignor Francesco Cacucci, che ha presentato La terra trema di Visconti; Ugo Gregoretti e Giorgio Arlorio che hanno ricordato la lavorazione di Ro.Go.Pa.G..
“Roma città aperta – ricorda Viganò, anticipando l’evento di questa sera – “inaugura la Trilogia della guerra di Rossellini. Il film, eccedente già dalla sua produzione (interessante vedere il documentario Celluloide realizzato da Carlo Lizzani nel 1996, sulle difficoltà della produzione della troupe, fino a giungere alla tiepida reazione del pubblico la sera della prima), è certamente un documento per leggere le coordinate del tempo, ma anche molto di più”.
“C’è nell’opera di Rossellini – prosegue Viganò – densità e sensualità della materia, come ha detto Rivette, ma anche molta riflessione, astrazione. Certo, si parla della guerra, della Seconda Guerra Mondiale, che qui è assunta però come emblema di un processo di disfacimento del mondo occidentale, di cui il regista già ne intuiva i prodromi”.
“Del resto Roma città aperta – conclude Viganò – gioca sul confine, sulla soglia tra natura e cultura, terra e cielo, città e campagna. È sul filo del rasoio che si gioca la chance dell’uomo di non essere solo, chiuso nell’immobilismo e nel conflitto. In fondo il fatto che, a differenza del cinema classico, nel quale certamente le costruzioni della grandiosità di Roma sarebbero apparse da subito nel film come deciso indizio per lo spettatore, in Roma città aperta solo alla fine vediamo la solennità del Cupolone: un rovesciamento del percorso spettatoriale che fa rimanere basiti”.
Una preziosa occasione, dunque, per ripercorrere una stagione fondamentale per la nostra cinematografia, occasione valorizzata inoltre dalla mostra “L’attimo neorealista. Fotogrammi 1941-1952”, organizzata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale. “Attimi – afferma Viganò – perché sono fotogrammi di film, che nella loro staticità hanno una carica espressiva e comunicativa enorme. La data non segue la datazione canonica del Neorealismo, perché si vuole segnare come un movimento non sia monolitico, ma abbia dei prodromi, delle anticipazioni”.
Don Cutrone, direttore del Piccolo Cinema, traccia un bilancio sulla mostra e le visioni sul Neorealismo, organizzati in collaborazione con l’Italia Film Fest di Bari e il Festival Per il cinema italiano. “Una viva soddisfazione – commenta don Cutrone – l’avere ospitato questa mostra e questi film, perché hanno permesso di far conoscere l’attività del Piccolo Cinema alla stampa e al territorio e, in particolar modo, ha avvicinato molti giovani al cinema neorealista. Abbiamo vissuto il festival di Bari da protagonisti e non da semplici spettatori”.

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