Il primo re

ITALIA, BELGIO - 2018
3/5
Il primo re
Due fratelli, soli, nell'uno la forza dell'altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda.
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: DCP (1:2.35)
  • Produzione: MATTEO ROVERE, ANDREA PARIS PER GROENLANDIA CON RAI CINEMA, IN ASSOCIAZIONE CON ROMAN CITIZEN ENTERTAINMENT, IN COPRODUZIONE CON GAPBUSTERS
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2019)
  • Data uscita 31 Gennaio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
“Un dio che può essere compreso non è un dio”. La citazione di William Somerset Maugham in esergo al film racchiude pienamente il senso dell’operazione compiuta da Matteo Rovere con Il primo re.

Ambizioso ben oltre le attuali possibilità del nostro cinema, realizzato con un budget di circa 9 milioni di euro in coproduzione con il Belgio, il film – superato l’impatto iniziale che rimanda inevitabilmente il pensiero a Grunt! di Andy Luotto e/o all’Attila flagello di Dio con Abatantuono & Co. – ci trasporta in territori non abituali, tenta la strada di una suggestiva e quanto mai ardita ibridazione tra l’estasi malickiana (La sottile linea rossa, The New World) e la macelleria gibsoniana (Apocalypto) per tornare alle origini del mito fondativo di Roma.

Due fratelli, Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi), prima travolti da una spaventosa esondazione del Tevere, poi catturati dai guerrieri di Alba Longa. Capaci di liberarsi dal giogo della morte (o della schiavitù) con un altro manipolo di prigionieri, portano via con loro il fuoco sacro protetto da una misteriosa vestale (Tania Garribba). Romolo è ferito, moribondo. Remo è disposto a qualsiasi cosa pur di proteggerlo.

Saranno proprio gli dei, attraverso gli aruspici, a mettere in discussione quel legame fraterno così inossidabile: sul sangue di uno dei due sorgerà il nuovo Impero.

Dopo l’ottimo Veloce come il vento, Matteo Rovere alza ulteriormente l’asticella: girato completamente in esterna (tra le varie location il parco dei Monti Simbruini, dei monti Lucretili, il monte Cavo, il monte Ceraso, poi la riserva di Decima Malafede e del Circeo, il lago dei Monaci e la Riserva di Tor Caldara) e in formato anamorfico, solamente con luci naturali (alla fotografia Daniele Ciprì), Il primo re è un lancio senza paracadute nel fango e nelle marrane dell’VIII secolo avanti Cristo: l’unico volto noto è quello di Alessandro Borghi (chiamato ad un’altra prova di resistenza fisica dopo Sulla mia pelle), i pochi dialoghi sono recitati in protolatino, la volontà è quella di tornare alle viscere di un conflitto, tremendamente umano e ancora oggi attuale, quello tra il libero arbitrio e la sottomissione al volere del destino.




Quattordici mesi di postproduzione, una prima parte di grande respiro e campi lunghi, poi una progressiva chiusura nell’inospitale foresta dove ad emergere sarà la figura di Remo, sfidato, temuto infine scelto dal gruppo come leader carismatico di una rivolta che a breve assumerà i connotati dell’impresa.

Ma superstizioni ferine e vaticini di fede iniziano a minare l’unione tra i due fratelli, con Remo deciso a far prevalere il proprio amore, le proprie convinzioni, il proprio individualismo, a discapito del fato e della collettività.

Sfiorando solamente la “coattaggine” di prodotti mainstream come 300 ma lontano dall’epica nichilista di capolavori come Valhalla Rising, il film di Rovere si concede qualche riferimento pop (la vestale ricorda vagamente la Sacerdotessa Rossa del Trono di Spade) e qualche drone di troppo, non regge per intero le proprie ambizioni (poteva durare qualche minuto in meno) e fugge troppo presto dalla mischia di combattimenti cruenti che invece avrebbero potuto regalare ancora qualcosa in più in termini di spettacolo.

Ma resta comunque un tentativo, quello di Rovere, che seppur vinto solamente in parte, deve essere difeso e sostenuto. Perché il cinema italiano ha bisogno di prodotti di questo tipo, dove il coraggio della realizzazione si fonde con il talento dell’artigianato puro. Un cinema che non ha paura di sprofondare nelle fangosità di territori apparentemente sconosciuti, arcaici e ostili. Per riemergere e sferrare il proprio sorprendente attacco dinnanzi agli sguardi, attoniti, di un pubblico abituato alle solite commedie. O ai soliti “autori”.

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA ED IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO.

- CANDIDATO NASTRI D'ARGENTO 2019: MIGLIOR FILM, REGIA, PRODUTTORE, MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (ALESSANDRO BORGHI), ATTORE NON PROTAGONISTA (ALESSIO LAPICE), FOTOGRAFIA, COLONNA SONORA (ANDREA FARRI). VINCE CATEGORIA SONORO PRESA DIRETTA (ANGELO BONANNI),

CRITICA

"Vedendo 'Il primo re' è come se ci incamminassimo tutti in una «selva oscura» in un luogo senza tempo, ancestrale e violento, sventrato da lame di luce che schizzano nella foresta, tra bagliori e lotta, fango, sudore, brandelli di pelliccia, unghie sporche, sguardi cacciati dall'Eden. (...) Film fisico, di suoni, carne, ferite: ricorda il primo 'Pianeta delle scimmie', contrapposizione natura e civiltà. Forte coerenza nel lento cammino narrativo di un inconscio diventato forza di aggressione nella natura ostile, primordi dell'umanità. In prefazione Maugham dice che «un dio che può essere compreso non è un dio», quindi viva l'accecarsi nel mistero con le forze di un corpo che aderisce al mito senza calcoli di potere". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 31 gennaio 2019)

"La fondazione di Roma riletta attraverso il forte legame, viscerale, di due fratelli, Romolo e Remo, che finì con il famoso duello fratricida. Il tutto raccontato in un film italiano che è una bella sorpresa per la sua capacità di trascinare lo spettatore nella Storia, affrontando temi delicati (come la religione) senza mai sbracare, rischiando con immagini che urteranno i più sensibili, riuscendo a dare gran spessore ai caratteri dei suoi protagonisti. Film recitato interamente in latino (con sottotitoli) da un cast superbo." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 31 gennaio 2019)

"Un film epico, parlato in un protolatino reinventato con l'ausilio di specialisti, sulla fondazione di Roma. (...) Forse, come ha detto qualcuno, è la storia di come una città fondata da guerrieri fascisti elegge il primo sindaco democristiano. Ma sicuramente il film ha una visione corrusca del potere, che in fondo rispecchia la nostra storia. Vengono in mente le parole di Umberto Saba, negli anni 40: 'Vi siete mai chiesti perché l'Italia non ha avuto, in tutta la sua storia - da Roma ad oggi - una sola vera rivoluzione? La risposta è forse la storia d'Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. Gli italiani sono l' unico popolo, credo, che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio'. 'Il primo re' non è però un'operazione meramente autoriale, ma anzitutto un prototipo per rinnovare il nostro cinema di genere. Rovere, che ha prodotto la saga di 'Smetto quando voglio' e diretto 'Veloce come il vento', è da tempo alla ricerca di nuove vie per un cinema di genere che non sia solo commedia o al massimo noir. Stavolta l'azzardo e l'originalità sono ancora maggiori: nonostante i molti riferimenti possibili (da 'Conan' a 'Revenant' alla 'Guerra del fuoco') il film riesce a inventare un'imagerie piuttosto autonoma e convincente. È sul piano spettacolare che però funziona meno: il procedere del gruppo attraverso i boschi è lento e faticoso, l'alternarsi di dialoghi e scene d' azione monotono. È come se la scoperta di un nuovo mondo visivo, mai raccontato dal cinema, avesse affascinato il regista fino a prendere spazio, diventando, da sfondo, il film stesso. A questo mondo si crede, grazie a uno sforzo produttivo non piccolo (era molto difficile: e una gran mano la danno gli attori, a cominciare da Borghi), la storia rimane poco importante. Chissà se il film funzionerà anche col pubblico: ma intanto è la conferma che il cinema italiano è molto più vario di come a volte ce lo raccontano". (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 31 gennaio 2019)

"Nell'universo arcaico e violento del «Primo Re», Romolo (Alessio Lapice) è la vittima designata, il fratello fragile, tenuto in vita dall'amore incondizionato di Remo (Alessandro Borghi) che lo protegge ad ogni costo. Per quasi tutto il film, Romolo appare sanguinante, febbricitante, sul punto di esalare l'ultimo respiro. Eppure, del mito fondativo di Roma, ricostruito da Matteo Rovere in un film potente e coraggioso, fa parte la vicenda di un contrasto, di un'indole che si afferma cancellandone un'altra, dell'ordine che si impone sulla brutalità, degli Dei che dominano gli eventi , oltre i voleri degli uomini. La vittoria di Romolo coincide, in fondo, con quella della tattica e della mediazione. L'eroe perisce, il politico sopravvive". (Fulvia Caprara, 'La Stampa, 31 gennaio 2019)

"Romolo e Remo come non li avete mai visti, lerci e spietati, selvatici e fondatori, pensando a Kurosawa, ma finendo a volte tra le braccia di Conan il barbaro o del profeta Mel Gibson ('Passion', 'Apocalypto') via 'Thor'. In realtà è solo una parte del risultato di un film impegnativo e produttivamente assai coraggioso per gli standard mediocri italiani. Nonostante la pesante saturazione della colonna musicale, resta un tentativo profondo, drammatico e iconografico (grande fotografia naturale di Ciprì), di immaginazione mitologica, con generosi, precisi attori (a partire dal Borghi di 'enza pelle'). È una leggenda, ma il realismo archeologico e antropologico spinge verso l'eco sensuale di vere origini." (Silvio Danese, 'Il Giorno, 7 febbraio 2019)
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