Habemus Papam

ITALIA, FRANCIA - 2011
Alla morte del vecchio Papa, il Conclave si riunisce per eleggere il nuovo pontefice. La scelta cade sul cardinal Melville, ma il prescelto cade preda di dubbi e fortissime ansie - dovute al timore di non essere in grado di salire degnamente al soglio pontificio - che si manifestano con una improvvisa depressione. Per risolvere la situazione, il Vaticano decide quindi di rivolgersi al professor Brezzi, uno psicanalista, chiamato ad assistere e aiutare Melville a risolvere i suoi problemi.

CAST

NOTE

- IN CONCORSO AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011).

- NASTRO D'ARGENTO EUROPEO 2011 A MICHEL PICCOLI. IL FILM HA VINTO INOLTRE IL NASTRO D'ARGENTO 2011 PER: REGISTA DEL MIGLIOR FILM, MIGLIOR PRODUTTORE, SOGGETTO, FOTOGRAFIA, SCENOGRAFIA E COSTUMI. ERA CANDIDATO ANCHE PER IL MIGLIOR MONTAGGIO.

- DAVID DI DONATELLO 2012 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (MICHEL PICCOLI), SCENOGRAFIA E COSTUMI. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA, PRODUZIONE, ATTRICE (MARGHERITA BUY) E ATTORE (RENATO SCARPA) NON PROTAGONISTI, FOTOGRAFIA, MUSICA, ACCONCIATURE (CARLO BARUCCI), MONTAGGIO, FONICO DI PRESA DIRETTA ED EFFETTI SPECIALI VISIVI.

CRITICA

"Non c'è acrimonia nel film, anzi quasi un'ombra di malinconia. Come le condoglianze di Moretti al capezzale di una grande vecchia, per cui si aveva una qualche simpatia. Chi guarda, pure sorridendo, non può non vedere però che questa Chiesa non è quella reale, ma quella che Moretti immagina. Fateci caso: tra i 107 cardinali che vegliano in un momento così grave, c'è chi fa i puzzle e chi beve tranquillanti, ma il regista non ne immagina nemmeno uno che preghi. Già, che preghi: non uno che domandi a Dio. Una dimenticanza non casuale. Nello sguardo di Moretti la Chiesa è fatta solo dagli uomini, e Dio è il grande latitante - per non parlare dello Spirito Santo, che in questa elezione avrebbe clamorosamente fallito. E come il povero Papa depresso, anche i cardinali, pure così simpatici, sembrano prescindere dal primo fondamento della fede cristiana: cioè l'essere in Cristo, cioè il radicale costante rapporto con la carnale concretezza di Cristo. Brava gente, generosa, che però non sa a che santo votarsi. Certo, una Chiesa senza Cristo sarebbe destinata a finire. (...) Lo sguardo pure acuto di Moretti vuole vedere nella Chiesa solo una faccenda di uomini. Cresciuto nei tentacoli di una psicoanalisi di cui sa sorridere, Moretti non si accorge che la Chiesa di 'Habemus Papam' è solo, per usare il gergo psicoanalitico, una sua 'proiezione'. Ha immaginato la morte di una Chiesa vecchia e confusa, ma gliene è sfuggita l'essenza: l'essere la Chiesa 'corpo e membra' di Cristo. Film elegante, con bravi interpreti, che può piacere a Cannes. Il film di cui il pubblico, uscendo dalle sale, dirà: carino e intelligente. Attenzione però a quella profonda dimenticanza, a quel non sapere vedere l'essenziale in questa vecchia Chiesa, che tuttavia sopravviverà anche a Freud e ai suoi eredi. Cioè, grazie delle gentili condoglianze, ma la Chiesa - cioè noi, credenti in Cristo - siamo ancora piuttosto vivi." (Marina Corradi, 'Avvenire', 15 aprile 2011)

"Chi si aspetta il Nanni Moretti delle idee che non ammettono contraddittorio, delle certezze non solo cinematografiche ('Ve lo meritate Sordi') ma anche politiche ('Con questo tipo di dirigenza non vinceremo mai'), rimarrà deluso. A dispetto del suo titolo antifrastico, nessuno avrà un bel niente: altro che 'Habemus Papam'! I cardinali convinti di aver eletto un nuovo pontefice dovranno fare i conti con un papa schiacciato dalle sue future responsabilità e tentato di tirarsi indietro. Ma anche gli spettatori, che da quelle premesse possono aspettarsi una riflessione sulle responsabilità del Potere e dei suoi Rappresentanti, rischiano lo sconcerto e forse lo smarrimento. (...) Perché Moretti abbia scelto di mettere al centro del suo film la Chiesa e il suo massimo rappresentante è comprensibile: sono l'ultimo grande Potere oggi in Italia, il più compatto, il più solido, il più vero. Riflettere sul peso di tale potere (...) e soprattutto riflettere sulle responsabilità di chi lo esercita non stupisce certo, anche in relazione allo scarso senso di responsabilità di chi in Italia esercita altri poteri. Quello che si fa fatica a capire è il tanto spazio lasciato al 'tempo libero' dei cardinali, vittime delle più prevedibili e scontate forme del 'morettismo'. (...) Il girovagare romano del pontefice (...) rischia di perdere forza e impatto emotivo, schiacciato dalle più superficiali ma allegre scenette cardinalizie. Resta la grande forza visiva (e metaforica) di alcune immagini, prima fra tutte quella del balcone vuoto dove il papa non vuole affacciarsi, con le tende che si aprono e si chiudono su un nero che intimorisce e spaventa, inevitabile rimando a un oggi di paure e di rinunce. Che però a una prima visione del film sembrano scarsamente supportate da una sceneggiatura ondivaga, prigioniera di uno spunto geniale che forse avrebbe avuto bisogno di una diversa elaborazione." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 15 aprile 2011)

"E se un odierno successore di Pietro si affaccia dal balcone vaticano, guarda la piazza gremita di gente all'inverosimile - un popolo plaudente, lieto, rassicurato e desideroso di conoscere il volto del nuovo pastore - e inaspettatamente dichiara di rinunciare alla missione? Su questo assunto si regge il nuovo, undicesimo lungometraggio di Nanni Moretti, 'Habemus Papam'. (...) Se prendessimo 'Habemus Papam' per una pura e semplice commedia, ci sarebbe poco da aggiungere. Quando Moretti si impegna è irresistibile. Ma chiudiamo qui? Ce la caviamo con la commedia, le risate, la caricatura grottesca? In realtà Moretti aveva in mente ben altro progetto. Voleva - come ha sempre fatto - ritrarre il mondo, magari deformandolo. La macchina da presa doveva scandagliare il fondo dei Sacri Palazzi. E qui, proprio qui, sta la debolezza del film. Di questo mondo Moretti capisce poco. Non ne ha una profonda conoscenza, sensibilità. Anche se non mostra nessun rancore verso la Chiesa come istituzione. E riesce anche a trasformare, con autentica simpatia, i vecchierelli cardinali in allegri ragazzotti. Moretti nel suo cinema non è mai stato ostile alla religione. Come non è mai stato ostile alla vita. Probabilmente è stato attratto da Giovanni Paolo II (...). L'ultimo successore di Pietro di 'Habemus Papam', però, è privo della dimensione religiosa. Potrebbe essere fabbro, medico, attore, venditore ambulante. Ma non uomo di fede. Si può fare un film su un uomo di fede (anzi, sulla guida di un'immensa e planetaria comunità religiosa) staccandolo dalla prospettiva divina?" (Claudio Siniscalchi, 'Il Giornale', 15 aprile 2011)

"E' un film che dovrebbe rendere orgogliosi i produttori, la Sacher di Moretti, la 01 (Rai) e la Fandango di Procacci. E' un'opera rischiosa e riuscita, originale e insidiosa, gettata nel frastuono dei principi disattesi, dei vizi rivendicati, del rigetto dell'etica, per ritrovare una pausa 'sacra' nell'ascolto di se stessi. Difficile dimenticare quel balcone con le tende porpora e, al centro, al posto dell'eterna silhouette bianca, il buio, il vuoto, l'assenza, la forza di dire no. Perché? Perché no." (Silvio Danese, 'Giorno - Carlino - Nazione', 15 aprile 2011)

"Non è una fiction, ma un apologo sul potere, la solitudine, il bisogno (e la mancanza) di affetto. Un film spesso folgorante. Dove Michel Piccoli, che intere generazioni hanno conosciuto come impeccabile e algido seduttore, ora incanta nel ruolo di un pontefice che annaspa in cerca di umanità. Esplorare il labirinto vaticano è un'operazione delicata. Ne vengono fuori in genere polpettoni a grandi tinte o bozzetti edificanti dal tono clerical-nasale. Nanni Moretti nel suo 'Habemus Papam' spariglia le carte, perché non vuole ricreare in cartapesta un presepe ecclesiale, ma pungola gli spettatori a seguire l'avventura di un personaggio, si potrebbe dire di un'anima. Il Papa inadeguato. (...) Una emozionante confessione su quel tema dell'inadeguatezza, che fa da filo conduttore del film. Gli artisti sono precisamente questo: antenne che captano la realtà spesso nascosta nel brusio del quotidiano. E la realtà è che oggi non basta più sedersi sul trono di Pietro per comandare su un gregge di fedeli. Oggi bisogna convincere." (Marco Politi, 'Il Fatto Quotidiano', 15 aprile 2011)

"La dichiarazione d'impotenza di sua santità Michel Piccoli suona come attestato della propria d'incapacità di essere ormai come regista all'altezza della leggenda. Certo, incapacità relativa. Anche a pile quasi scariche non difettano al Nanni gli scatti di umorismo e di bravura (la partita di volley tra cardinali). Ma sono scattini. Il minimo che si possa pretendere da un regista che a Cannes trattano ancora da maestro." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 aprile 2011)

"'Habemus Papam' è per alcuni il capolavoro di Nanni Moretti, cinque anni dopo quel 'Caimano', così profetico e attuale. È il film di un laico, o forse di un ateo che come tale ha profondo rispetto di chi crede, e che riesce attraverso l'ironia, le invenzioni, l'eleganza, a suscitare una commozione, e allo stesso tempo, un'angoscia, che sfiorano la fede molto più di tanti film d'intento religioso che di solito vengono malissimo. È anche un film di massima intelligenza e libertà, privo di una tesi precostituita, ben attento a non accontentare chi da lui si aspettava una troppo facile critica alle gerarchie vaticane e alle loro ingerenze nei fatti nostri o qualche accenno all'attuale pontificato. Qualunque cosa comunque Moretti voglia dire, a parole non ce la dice, o la dice con dispettosa nebbiosità, consentendo così a chiunque di interpretare il film come crede. (...) Quella guardia svizzera che deve ogni tanto scuotere una tenda nella camera del papa perché si creda che lui sia lì e non chissà dove, vorrà dire che dentro l'impeccabile governo vaticano il papa potrebbe essere anche solo un'ombra non necessaria? E la fuga del papa designato, nasce da viltà come nel dantesco Celestino V, o perché in quella grandiosa roccaforte, la messinscena antiquata, che ha anche rispolverato il trono di Pio XII, è ormai inefficace e non sa più rispondere al bisogno di aiuto, di fede, dell'umanità?" (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 15 aprile 2011)

"Commedia è e commedia resta: sarebbe sbagliato attribuirgli chissà quale profondità di significato o prevedere che possa segnare la storia del cinema, anche perché il dramma del Pontefice che si percepisce inadeguato è appena abbozzato e rimane, ultimamente, non esplorato. Il Moretti attore, nei panni dello psicanalista che non risparmia ironie sulla psicanalisi, è chiamato a soccorrere l'eletto. Mette subito in chiaro di essere ateo, e commenta, amaro, con il cardinale decano che la teoria darwinista sgombera il campo da qualsiasi possibilità di credere. Eppure il Moretti regista, autore di film denuncia come 'il Caimano', ha uno sguardo benevolo sulla Chiesa e sugli uomini che la rappresentano. (...) Non ci sono scontri di potere, cordate, sgambetti, colpi bassi, manovre, partiti curiali, carrierismo. Non un accenno a scandali finanziari o di altro tipo... Tutti ingredienti che si ritrovano invece enfaticamente descritti in tanti romanzi, in tanti film, in tante fiction televisive dedicate ai Papi, ma anche in tante pagine di storia." (Andrea Tornielli, 'La Stampa', 15 aprile 2011)

"Papa che non vuole fare il Papa, uno psicoanalista che dovrebbe aiutarlo a condizione di non parlare di sesso, sogni, Edipo. 'Habemus Papam' è una clamorosa metafora del blocco, del rifiuto del mondo, del trovarsi di fronte a qualcosa che non riusciamo ad affrontare. E un film magnifico, quasi un miracolo: perché il laico Moretti riesce a raccontarci il 'dietro le quinte' di un conclave strappando numerose risate e rispettando nel contempo la solennità di un rituale in cui si identificano milioni di persone. Nanni aveva già interpretato un sacerdote in 'La messa è finita'. Ma qui si fa un grande salto. (...) Moretti ottiene un risultato che sembra ovvio ma è, in realtà, straordinario: sia il Papa mancato che i cardinali orfani sono uomini pieni di tic e di debolezze. Ma questo è ancora un primo livello di lettura del film, forse il più semplicistico. Il vero scarto narrativo è il momento in cui Melville, alla domanda della psicoanalista donna su quale sia il suo lavoro, risponde: 'Sono un attore'." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 15 aprile 2011)

"Una commedia elegante e matura dal cuore 'scandaloso' che molto farà discutere, disseminata peraltro di segni 'morettiani' in un divertente gioco di rimandi cinefili." (Titta Fiore, 'Il Mattino', 15 aprile 2011)

"Ciò che si imputava a Moretti fino a qualche anno fa, ossia di indulgere in un eccessivo narcisismo, di monopolizzare l'attenzione dello spettatore con la sua personalità, oggi gli si sta rivolgendo contro. Nel senso che non riesce più a sottrarsi dallo schermo senza compromettere il risultato complessivo dei suoi lavori. A Moretti, insomma, non sta riuscendo ciò che è riuscito a Woody Allen a partire da metà carriera, ossia relegare efficacemente il proprio alterego cinematografico a comprimario, a spettatore, o addirittura cancellarlo del tutto. (...) Dopo 'Aprile' (...) Moretti ha cominciato (...) a optare per un cinema più composito, forse più complesso ma non altrettanto riuscito, frutto di un lavoro di squadra in sede di sceneggiatura probabilmente inopportuno. In particolare, l'idea di spostare fuori da sé il fulcro delle crisi di volta in volta raccontate non ha pagato, e 'Habemus Papam' lo conferma. Chiedere a Moretti di impersonare questo Pontefice sconquassato dai dubbi sarebbe stato troppo, ma ci si aspettava che svolgesse almeno il ruolo di contraltare dialettico, che conducesse fino in fondo quella battaglia che una battuta iniziale del film sembrava propiziare: «Il concetto di anima e quello di inconscio non possono coesistere». Invece, chissà perché, forse per un eccessivo pudore, Moretti si tira indietro anche da questo compito, lasciandolo alla ex moglie interpretata da Margherita Buy, un personaggio e un'attrice piuttosto sprecati. Anziché creare un parallelismo fra le due rinunce, produce in tal modo un doppio effetto negativo. Da una parte lo psicanalista rimane inutilmente da solo con i cardinali, dando vita a siparietti anche divertenti ma spogliati del significato che avevano un tempo nel cinema morettiano, e che non diventano mai, dunque, proiezione di qualcosa di più ampio. Dall'altra il Papa dubbioso perde un interlocutore che non sia la sua enigmatica coscienza, e viene abbandonato al centro di una drammaturgia troppo inerte. Di conseguenza solo la sentita interpretazione di Piccoli lo rende intenso e, a tratti, persino commovente. L'amara allegoria finale affidata al teatro di Cechov - asilo di esistenze sprecate e di utopistici riscatti - è anche appropriata, ma è troppo ermetica e colta. Tanto da apparire un escamotage più che una soluzione veramente ispirata. Nel frattempo, anche qui lo sguardo non si è mai allargato. Il vacillare di Melville non è diventato una paralisi morale del mondo, come invece il sapore apocalittico dell' epilogo vorrebbe adombrare. I momenti riusciti del film si concentrano dunque in singole intuizioni: la solennità del conclave in contrasto con gli umanissimi comportamenti dei suoi protagonisti; la canzone che si diffonde contemporaneamente per gli appartamenti vaticani e per le strade di Roma; l'ombra della controfigura del Pontefice, in parte inquietante, in parte rassicurante. Infine, l'idea di fondo di mischiare le carte di un mondo millenario senza però volerle stravolgere. Gli ingredienti messi in scena, quindi, ci parlano ancora di un autore che non fa fatica a stagliarsi sulla media del cinema italiano contemporaneo. A essersi smarrita è la capacità di comporre quegli ingredienti in un congegno efficace. Almeno da quando Moretti ha smesso di scriversi i film da solo. E di accogliere per intero dentro di sé le crisi che ci racconta." (Emilio Ranzato , L'Osservatore Romano', 28 aprile 2011)
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