Silence

USA - 2016
XVII secolo. Padre Sebastian Rodrigues e padre Francisco Garupe, due giovani missionari gesuiti portoghesi, intraprendono un lungo viaggio, irto di pericoli, per raggiungere il Giappone e andare alla ricerca del loro insegnante e mentore scomparso, padre Christovao Ferreira. I due missionari sono inoltre incaricati di diffondere il cristianesimo, ma mentre esercitano il loro ministero tra gli abitanti di un villaggio, sono testimoni delle persecuzioni ai danni dei Cristiani giapponesi. In Giappone, infatti, i signori feudali e i Samurai sono decisi a sradicare il Cristianesimo dal paese e tutti coloro che si professano Cristiani vengono arrestati e torturati, costretti all'apostasia, a rinnegare la loro fede o ad essere condannati a una morte lenta e dolorosa...

CAST

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2017 PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA.

CRITICA

"A tu per tu col mistico, il regista ostenta una visionaria, oscura potenza scenografica fra paesaggi da Mizoguchi e pene dantesche: ma il contrappasso lo paga di persona scegliendo una materia scomoda. La sincera sofferenza dell'autore che invita a 161 minuti di raccoglimento s'immola di fronte all'action di un cinema dove c'è sempre stata colpevole sofferenza, fra i bravi ragazzi del ragù e taxi driver. Film solenne e cinico proprio nel non sentire l'audio di Dio 'Silence' pare il kolossal cult di un regista che, in astinenza di fede, fa un film sul non trovarla, tradirla, offenderla. Perché gli uomini, come ha dimostrato nel suo cinema, non la meritano. Paesaggi e volti meticolosamente perfetti con l'ex 'Spiderman' Andrew Garfield, l'ex 'Paterson' Adam Driver e Liam Neeson, apostata taglia L." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 12 gennaio 2017)

"Più ancora del controverso 'L'ultima tentazione di Cristo' (1988) e dell'orientaleggiante 'Kundun' (1997), 'Silence' è il film che con l'immediatezza di un classico porta alla luce l'urgenza spirituale che da sempre sostiene il cinema di Scorsese, in un confronto serrato tra colpa e perdono, caduta e redenzione, angoscia e misericordia. Ed è, insieme, un omaggio neppure troppo velato alla lezione cinematografica dell'indimenticabile Akira Kurosawa, che già nel 1990 aveva voluto Scorsese nel cast di 'Sogni'. Addirittura meticoloso nel rispetto del suo modello letterario, 'Silence' si distacca dal libro di Endo per un minimo dettaglio dell'inquadratura finale. Un'immagine, certo. Non potrebbe essere altrimenti." (Alessandro Zaccuri, 'Avvenire', 12 gennaio 2017)

"Si capisce che il regista di 'Mean Streets' e 'L'ultima tentazione di Cristo' volesse portare sullo schermo 'Silence' da decenni. Ed è quasi un peccato che ci sia riuscito solo oggi. Con i tempi che corrono infatti il romanzo pubblicato nel '66 dal cristiano giapponese Shusaku Endo (...) sembra alludere alle guerre più o meno di religione che insanguinano il pianeta. E tutte le sue torture e decapitazioni, sia pure filmate con stile ieratico e sapiente da uno Scorsese sorvegliatissimo, suggeriscono paragoni inevitabili ma anche fuorvianti. (...) Ma il cuore dell'ambizioso quanto irrisolto 'Silence' è altrove. È in questa parabola che sembra ripercorrere quella di Gesù (c'è anche un Giuda nipponico, traditore e insieme agente del destino), come appunto crede il personaggio di Garfield, salvo poi ribaltarsi nel dubbio più destabilizzante. O forse è in quell'impossibile incontro tra i due missionari (ma Driver chissà perché sparisce quasi subito lasciando il campo all'acerbo Garfield) e quella civiltà sofisticata ma pronta a difendersi con ogni mezzo dall'arroganza dei colonizzatori cristiani. E' anche questa voluta ambivalenza a rendere a tratti faticoso, malgrado le molte scene mirabili, questo film solenne, complesso ma qua e là perfino didascalico, che cerca di abbracciare le prospettive più diverse, anche visivamente (da Kurosawa a Pasolini senza dimenticare il miglior Malick, che occhieggia dietro la bellezza 'divina' di gatti e lucertole). Ma più che alla visione del mondo e agli inevitabili rovelli dei cristiani, curiosamente, regala forza e fascino ai molti personaggi giapponesi, i migliori in campo, e non solo per merito degli attori ma della sceneggiatura (da citare almeno l'inquisitore mellifluo Issei Ogata, straordinario, e il martire crocefisso sugli scogli, il grande regista di 'Tetsuo', Shinya Tsukamoto). Se ne esce divisi fra opposte sensazioni. Quella di non aver capito tutto, e quella di aver afferrato fin troppo bene il messaggio. Il peggior nemico della fede è il fanatismo, in ogni epoca e paese, d'accordo. Ma oltre che alle idee avremmo voluto appassionarci davvero ai personaggi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 gennaio 2017)

"Ci sono film che solo certi registi si possono permettere. Uno è senz'altro Martin Scorsese, che una carriera costellata di capolavori autorizza a fare un po' quel che vuole. Cosi Martin ha potuto utilizzare un grande cast, un pluripremiato professionista come Dante Ferretti e un ricco budget per creare un film grave e intransigente, che non accarezza mai il pubblico nel senso del pelo. E comunque anche lui ha dovuto attendere molti anni, perché il progetto di adattare il romanzo dello scrittore cattolico giapponese Shusaku Endo lo coltivava già dai tempi dell' 'Ultima tentazione di Cristo'. Se con quel film, da alcuni giudicato provocatorio, il regista indagava il dissidio tra fede e tentazioni della carne, con 'Silence' si piega invece su un argomento che da sempre ossessiona l'ex-seminarista Scorsese: il silenzio di Dio. (...) 'Silence' è un film di una bellezza inquieta e insieme sommessa. Spesso le immagini sono avvolte nella nebbia; però acquistano una grande potenza drammatica nelle sequenze di martirio (con l'acqua, il fuoco, per dissanguamento) e, talvolta, sfumano nell'onirico, come nella scena del villaggio distrutto popolato solo di gatti. Certo non è un film per tutti i gusti, la sua severità sarebbe piaciuta a un maestro come Carl Theodor Dreyer. E alcuni momenti (soprattutto all'inizio della seconda parte) si dilungano troppo, tra discussioni teologiche ed episodi ripetuti, come quello del sosia giapponese di Giuda. Ma se chi predilige un cinema più dinamico non si convertirà, probabilmente, grazie a Scorsese, potrà almeno apprezzare l'ottima interpretazione di Andrew Garfield e della sua 'spalla' Adam Driver. O il cameo di Liam Neeson che, col codino e il kimono, sembra tornato a quando faceva il maestro jedi Qui-Gon Jinn in 'Star Wars'." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 12 gennaio 2017)

"Ispirandosi al romanzo di Shusaku Endo (...) che da circa trent'anni progettava di trasporre sullo schermo, Martin Scorsese - regista cattolico, ma di un cattolicesimo tormentato da un dostoevskiano novello sull'ambiguo confine fra Bene e Male - firma con 'Silence' un'opera indubbiamente sentita e voluta, che tuttavia lascia perplessi. Se la complessità dei temi toccati - forza delle fede e umana fragilità, contrapposizione occidente e oriente, proselitismo e colonizzazione - è indiscutibile; se il modo con cui l'odissea di Sebastian si traduce in percorso spirituale nella nebbia del dubbio è improntato al massimo rigore; se la fotografia di Rodrigo Prieto e le scene di Dante Ferretti vanno a configurare con plumbea suggestione un paesaggio storico che è anche un paesaggio dell'anima: resta che questo conclusivo capitolo dell'ideale trilogia religiosa iniziata da Scorsese con 'L'ultima tentazione di Cristo' e proseguita con il buddistico 'Kurdun', suscita più rispetto che emozione. Probabile che il film necessiti una seconda lettura, ma esiste il problema di una sceneggiatura che a volte scade nell'apologetico, e non confida abbastanza nel suo protagonista. Fosse stato fino in fondo il centro umano e morale della storia, l'ansioso confrontarsi di Sebastian con il silenzio di Dio ci avrebbe inchiodato e avvinto." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 12 gennaio 2017)

"Non c'è forse bisogno di ripetere che il concetto di «difficile» (irto, faticoso, severo, arduo) riferito a un film non comporta l'obbligo di acclamarlo per dispetto allo spettatore generico né di esorcizzarlo come se fosse la peggiore disgrazia per chi entra in una sala. «Silence» (...) è un'opera grandiosa, ma estremamente impegnativa, l'audace esplorazione di fatti e temi poco frequentati dal cinema mainstream, un'esperienza che non fa sconti a nessuno, a cominciare dallo stesso regista e una riflessione niente affatto conciliante o consolatoria su uno degli snodi più dilanianti e distruttivi dell'odierno (dis)ordine mondiale. Sia che lo si ritenga, corna hanno sostenuto in molti, uno dei film meno scorsesiani, sia, come hanno fatto altrettanti, l'inevitabile, suggello del suo cinema, non si può negare che «Silence» sia uno di quei titoli che è impossibile affrontare alla leggera: (...), la parabola cristologica ripercorre la traccia romanzesca del 'Cuore di tenebra' conradiario per approdare, però, a una concentrazione assoluta in cui lo scandalo e il mistero della Fede riescono a diventare le uniche chiavi formali e ideali della messinscena. La linearità della trama concorre a questo risultato monacale e nello stesso tempo i monumentale (...). Il silenzio, che il regista usa per estremizzare la tensione di un percorso che travalica le componenti esotiche e spettacolari - che pure hanno loro peso grazie ai superbi contributi della scenografia del duo Ferretti-Lo Schiavo, la fotografia di Prieto e la colonna sonora di Kathryn e Kim Allen Kluge - verrà interrotto solo quando la determinazione dei sacerdoti li condurrà in un inferno di torture e marchi, quasi l'autocitazione di un film spiazzante e discusso come «L'ultima tentazione di Cristo»." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 12 gennaio 2017)

"Dopo un film sull'ebbrezza della religione del capitalismo, un film sul tormento di quella di Cristo. Da quello che era stato descritto come «l'equivalente stilistico di un mix di cocaina e Viagra» a una serie di austeri, dolorosissimi, tableaux vivents impregnati dei neri abissali della fotografia di Rodrigo Prieto e delle lacrime di sofferenza dei martiri. Dall'energia febbrile dei cartoni animati, ad Akira Kurosawa filtrato da Goya. Martin Scorsese approda al progetto che voleva realizzare da trent'anni, un 'Cuore di tenebra' annidato nel Giappone del XVII secolo, durante le purghe religiose contro i missionari cristiani e i loro adepti. (...) Se, come ha detto Scorsese più volte, questo è un film che voleva fare già da quasi trent'anni, è facile vedere la battaglia interiore di Rodrigues, i suoi dubbi, come un'evoluzione, o uno sviluppo, di quelli che agitavano il Cristo/Willem Dafoe, di 'The Last Temptation of Christ' (1988), il contestatissimo Vangelo secondo Scorsese, boicottato all'uscita Usa, ne11988 - così come in Italia. Da allora a oggi, il regista di 'The Wolf of Wall Street' e 'Goodfellas' è tornato sulla religione (la sua vocazione da ragazzo, prima del cinema) più volte, in modo diretto, in 'Kundun', e indiretto, ma altrettanto profondo, in 'Bringing Out the Dead', tutt'ora uno dei suoi film più belli e «cattolici». Forse inevitabilmente, dalla prima lettura del libro di Endo, con gli anni, e i film, è come se Scorsese avesse già superato, se non proprio risolto, alcuni dei quesiti del protagonista di 'Silence' che lo avevano così coinvolto da giovane. Infatti, nonostante la bellezza delle immagini, il film decolla veramente solo nella sua seconde parte, quando Rodrigues viene catturato, imprigionato e messo a confronto diretto con il grande inquisitore Inoue (Tabadanobu Mano). In un nascondino tra gatto e topo, coreografato magnificamente, Scorsese inizia qui la conversazione sulla religione che sembra veramente interessarlo oggi. Una conversazione che spazia dai temi del colonialismo all'arroganza dei «puri» e che avrà - nel bellissimo incontro tra Rodrigues e Ferreira - e nell'ultima immagine del film - la cristallizzazione perfetta del punto d'arrivo di un percorso lungo trent'anni." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 12 gennaio 2017)

"Chiusura di un'ideale trilogia della fede dopo 'L'ultima tentazione di Cristo' e 'Kundun', 'Silence' denuncia i sintomi della schizofrenia: da un lato, è come se il progetto si fosse compiuto per intero già al primo ciak, semplicemente andando sul set dopo cinque lustri passati tra carte e scartoffie; dall'altro, per gran parte sembra essere rimasto nella testa di Scorsese. Sono i pericoli del mestiere, quello lungamente disperante e largamente gratificante del cinema. 'Silence' è il film che più di ogni altro Scorsese voleva fare, e in questa volontà rischia di esaurirsi: non perché sia brutto, piccolo o non ammirevole, per carità, ma è chiuso, punitivo, a tratti financo autistico. (...) Nonostante il voltaggio spirituale si dia per assunto, e sebbene personalmente Scorsese confidi massimamente nella Grazia, 'Silence' è un film orizzontale: non solo per assecondare il viaggio di Rodrigues e Garrpe, bensì perché la trascendenza è affossata - Garfield non ce la fa, e uno stile classico insolito per Scorsese non aiuta, sebbene con Ozu, Bresson e Dreyer si direbbe il contrario - oltre le intenzioni, e analogamente la macerazione, il dolore di Rodrigues e Garrpe latitano di profondità. Insomma, al piano scorsesiano manca l'ordinata. E non è finita: se il personaggio più interessante - e teologicamente sfidante - del film, quel 'traditore' Kichijiro (Yôsuke Kubozuka) che è per metà Giuda e per metà Gesù, evoca preminenti 'figurae Christi' della Storia del Cinema, nonché lo stesso Johnny Boy (Bob De Niro) di 'Mean Streets', Scorsese difetta di radicalità. Nel 'Cattivo tenente' Abel Ferrara osò mettere il Cristo e Harvey Keitel nella stessa inquadratura (leggi, 'kenosis'), qui il silenzio - e la visione di Rodrigues del Cristo di El Greco - sa di sordina." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 12 gennaio 2017)

"Dal romanzo di Shusaku Endo 'Silence', è il frutto di un'enorme ricerca versata in una capillare, ragionata visione scenografica (Dante Ferretti) e umana (dalle lettere dei missionari del '600) del tempo (...). Va superata, come una salita necessaria al monte Verità, la prima parte sulla tetra, spiritualmente ispirata, clandestinità tra le comunità cristiane. Nella seconda, le torture e i ricatti a Rodrigues (ottimo Garfield), la pragmatica ambiguità del 'Giuda' Kichijiro, lo scontro teologico con l'Inquisitore, aprono la domanda sul silenzio di Dio alla scelta della fede come silenzio. Avventuroso e profondo." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 12 gennaio 2017)

"Il silenzio del titolo è quello di Dio. Che (da sempre) mette a dura prova anche le fedi più rocciose. Il dilemma (da sempre) è: Dio non parla perché non esiste. Oppure c'è, e ti è sempre accanto, come un amico che ti sta vicino, non interloquisce, ti lascia parlare ed agire, ma ti fa sempre e comunque sentire il suo conforto? Il libro di Shusako Endo che ha fornito lo spunto al film, e Martin Scorsese che lo ha messo in immagini dopo una gestazione che dicono trentennale, sembra propendere per la seconda ipotesi. Dio c'è e in ogni momento cammina accanto ai protagonisti, i gesuiti Rodrigues e Garupe, anche se li vediamo ogni momento attanagliati dai dubbi e (presto) dalla disperazione. (...) Piacerà anche ai non pochi diffidenti. Scorsesiani di lunga data che però trovano motivi di perplessità ogni volta che Martin esce dai suoi recinti (non pochi ricordano l'escursione orientale di 'Kundun' come il top della noia firmata Scorsese). 'Silence' per fortuna non annoia." (Giorgio Carbone, 'Libero', 12 gennaio 2017)

"II silenzio (apparente) di Dio. Quante volte, da cattolici, si è implorato un segno davanti al male, alla persecuzione, all'ingiustizia, accusando il Padreterno di disinteressarsi delle nostre vicende terrene, mettendo, addirittura, in discussione la sua reale esistenza. Scorsese riflette su questo aspetto fondamentale nella vita di un credente, mettendo un'altra pietra angolare alla sua cinematografia tormentata sul concetto di vocazione e terrore del fallimento, senza dare risposte definitive (anche la sua è una evidente ricerca del divino), ma offrendo tanti spunti di discussione anche per chi non abbia (apparentemente) fede. (...) Scorsese opta per una messinscena lineare, lenta, dilatata, puntando molto sugli aspetti intimi. I 161 minuti di durata, però, risultano eccessivi e controproducenti. In ogni caso, è un film attuale, che colpirà, in particolare, la sensibilità del cinefilo cattolico." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 12 gennaio 2017)
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