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Zorro
Zorro non è un film. Il film di Sergio Castellitto altro non è che la ripresa, le riprese, del suo omonimo spettacolo teatrale, un monologo tragicomico, che dopo una ventennale assenza l’ha riportato a calcare il palcoscenico nel 2022. Approda, nella sezione Zibaldone, al 43° Torino Film Festival per due motivi: Castellitto stesso ha ricevuto, uno tra dodici o giù di lì, il premio Stella della Mole, e presentarsi a mani vuote era cosa brutta; Intesa Sanpaolo, che ha sostenuto la realizzazione, figura tra gli sponsor dello stesso TFF.
Comunque, lo spettacolo converge parallelamente le vite di persona e personaggio, ovvero attore e clochard, segnandone la comune natura viandante, errabonda, escapista. Castellitto, non lo scopriamo ora, è bravo, con pochi tratti, sparuti gesti, postura senziente e beneficio d’invenzione s’annette la scena e conquista la platea, facendo di Zorro l’improbabile detective delle nostre miserie, piccinerie, meschinità incarnate da tal “cormorano pelatone”.
Da lui diretto e interpretato, lo spettacolo è stato scritto nel 2004 da Margaret Mazzantini, che nel licenziarlo ha trovato queste adeguate e icastiche parole: “Chi di noi in una notte di strozzatura d’anima, bavero alzato sotto un portico, non ha sentito verso quel corpo, quel sacco di fagotti con un uomo dentro, una possibilità di sé stesso? I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca”.
Castellitto se ne fa carico, se ne prende cura, con istrionismo derelitto alla bisogna, con interpellanze al pubblico e appelli all’umanità, e all’umanesimo, ma Zorro il film non aggiunge nulla, anzi, sottrae più di qualcosa a Zorro lo spettacolo, ché ci sono degli zoom ottici, e nemmeno autoironici, indegni dell’occasione artistica.
Castellitto, che – ha confessato ricevendo la Stella al Teatro Regio – è divenuto regista per adattare i romanzi (Non ti muovere, Venuto al mondo, eccetera) della moglie Mazzantini, con la quale sta ora lavorando alla co-regia Regina, conosce bene il cinema, sicché converrà che Zorro non lo è – al più, ne è lontano parente.
Ha fatto bene Sergio, dinnanzi al Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera, che lo premiava, a ricordare che è oggi in Italia in ballo, ovvero in pericolo, l’industria del cinema, con la stessa franchezza converrà che nell’alveo Zorro è un passo a ritroso, un letterale décalage: Zoppo.


