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Val Kilmer in As Deep as the Grave
Pochi mesi dopo l’arrivo di The Irishman di Martin Scorsese su Netflix, lo YouTuber Shamook caricò sul suo canale una versione del film che sostituiva il costosissimo de-aging applicato sui volti dei protagonisti con un filtro realizzato tramite deepfake con un software gratuito in una settimana di lavoro: il risultato era di gran lunga meno artificiale e più “umano” del pachidermico montaggio ufficiale Netflix – invece di invecchiare digitalmente De Niro o Pacino, il deepfake dell’utente Shamook aveva pescato dalle sequenze di film o apparizioni varie realizzati dagli attori nel periodo in cui avevano l’età dei personaggi che interpretano nel gangster movie di Scorsese. Ecco perché la questione dell’archivio delle immagini digitali, di chi lo possiede davvero e di chi può realmente limitarne o garantirne l’utilizzo “certificato”, è e sarà sempre di più il terreno fondamentale su cui si tracceranno le pratiche del futuro (va da sé, questo non vale solo per le immagini ma per tutti i “veicoli di informazioni” in cui siamo immersi, basta pensare alla questione già letteralmente sovraccarica dei data center…).


È qualcosa che già tutti sperimentiamo quotidianamente quando veniamo ad un certo punto “rimbalzati” nelle nostre continue e improbabili richieste di creazione d’immagini da parte dei Bot di intelligenza artificiale, e quanto è paradossale che una delle più vertiginose sostituzioni d’attore (Christopher Plummer per Kevin Spacey), operata da Ridley Scott per Tutti i soldi del mondo, riguardi proprio una storia che gira intorno alla famiglia Getty, che oggi detiene uno dei più grandi archivi di immagini sul web, fastidiose filigrane comprese? Nell’abissale film di Scott più di una volta ti ritrovavi a chiederti chi stessero davvero guardando i protagonisti, a chi appartenesse inizialmente quel controcampo, quello sguardo verso la parte complementare della grammatica filmica sempre più simile ormai ad uno sguardo nel vuoto.
Un dubbio che ritorna più volte nei sette minuti di “sneak peek” appena pubblicati in rete dalla casa di produzione First Line FIlms ed estrapolati dal progetto As deep as the grave. Nella clip, gli attori hanno a che fare con la versione “resuscitata” di Val Kilmer, interamente realizzata in A.I. attraverso archivi di famiglia, immagini girate nel corso della sua carriera e registrazioni vocali risalenti a prima della tracheotomia di cui vediamo gli effetti su voce e fisico nel commiato dedicatogli dall’amico Tom Cruise in Top Gun: Maverick. E lo spaesamento è inequivocabilmente tangibile, il regista Coerte Voorhees è costretto ad un montaggio (di nuovo) di campo/controcampo in cui questa creatura virtuale non incontra mai per davvero gli altri interpreti nella stessa inquadratura, se non tramite tecniche di body double e zone d’ombra del quadro già viste in decine di film terminati dopo la dipartita dell’attore protagonista nella storia del cinema, da Sulle orme della pantera rosa (quanto ci aveva visto lungo Blake Edwards?) a Fast & Furious 7.
Poi si può anche analizzare il livello del rendering, la verosimiglianza del volto, delle espressioni, della “riproduzione” di un giovane Val Kilmer colto nel momento in cui era all’apice della sua parabola di sex symbol a Hollywood (e che in queste fattezze starebbe benissimo nel capolavoro videoludico Red Dead Redemption 2): resta il fatto che gli sguardi dei performer con cui condivide la scena sembrano sistematicamente galleggiare alla ricerca di un appiglio – il fatto che Kilmer interpreti (o avesse dovuto interpretare…) un sacerdote che cerca di mediare tra il suo cristianesimo e la fede Navajo dovendo costruire una chiesa in un territorio appartenente ai nativi ai tempi della frontiera del West, porge il fianco ad una serie di riflessioni sull’A.I. come fantasma, apparizione, creatura dello spirito (nei sette minuti di estratto lo vediamo comprendere e parlare tutte le lingue del villaggio) che già abbiamo accennato altrove, e su cui stavolta sorvoliamo come i terribili droni di Voorhees sui canyon dell’Arizona.


Fast & Furious 7
Va infatti detto come quanto mostratoci in questa clip appaia registicamente altrettanto neutro, sintetico e combinatorio quanto il liscio volto di Padre Val Kilmer: ma poco importa, dopo la morte dell’attore, avvenuta il primo aprile 2025, gli eredi hanno permesso alla produzione di As deep as the grave di concludere tramite l’utilizzo dell’immagine digitale un progetto a cui, pare, Kilmer tenesse particolarmente e la cui realizzazione si era arenata per colpa del Covid. E la concessione di una licenza simile rispetta appieno le linee guida del sindacato degli attori SAG.
Di nuovo, si tratta di qualcosa che abbiamo visto accadere nell’industria musicale, un ambiente in cui le “gestioni familiari” sulle royalties sono assai più comuni, già da parecchio tempo. Infatti, forse la parola definitiva sulla questione l’ha data proprio la figlia di Val Kilmer, Mercedes: “Dobbiamo fare i conti con questa tecnologia, in un modo o nell’altro. Ed evitarla non è necessariamente la soluzione”, ha detto apparendo al Today Show. “È molto più facile strutturare i diritti se si concede una licenza in modo proattivo”.
