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Orson Welles
Nel settembre 2024, la startup Fable Studio ha annunciato che avrebbe ricreato i quarantatré minuti mancanti di L’orgoglio degli Amberson, il capolavoro maledetto di Orson Welles, utilizzando un sistema di intelligenza artificiale. Il capo di Fable Studio è Edward Saatchi, figlio del businessman Lord Saatchi, cofondatore delle agenzie di comunicazione Saatchi & Saatchi e M&C Saatchi, e di Josephine Hart, la scrittrice nota per i romanzi Il danno e Ricostruzioni. L’IA generativa, sostenuta da Amazon, è stata addestrata con i dati della versione esistente del film al fine di stimolare nuove scene, bastate sui materiali di produzione sopravvissuti, inclusi copioni, fotografie e note.
Fondata nel 2018 con il regista Pete Billington, Fable Studio ha vinto un Emmy Award per Wolves In The Walls: It’s All Over, un progetto in virtual reality presentato alla Mostra di Venezia. Ha prodotto Exit Valley, una serie animata satirica sulla Silicon Valley, e dieci episodi di South Park non originale, senza le autorizzazioni dei creatori. Saatchi dice di aver “sviluppato una forte fiducia nel fatto che creare una persona artificiale sarà tanto un’opera d’arte quanto un’impresa ingegneristica”.
Come spiega un lungo e straordinario articolo del The New Yorker, l’operazione nasce dall’ossessione di Edward Saatch per il film di Welles: “Per me, è il sacro graal perduto del cinema”. Il progetto, al momento, è una sorta di esercizio accademico poiché la Warner Bros., che possiede la maggior parte del catalogo della RKO, non ha concesso i diritti a Saatch. Intervistata da Michael Schulman, l’erede del regista, Beatrice Welles, si è detta scettica e ha specificato che “niente e nessuno può pensare come mio padre”, ma anche consapevole “che Fable Studio sta affrontando questo progetto con enorme rispetto verso mio padre e questo bellissimo film”.


Curiosamente, la figura di Welles è stata già associata all’intelligenza artificiale: gli eredi hanno concesso una licenza per l’utilizzo della voce di Welles per un’app basata sulla geolocalizzazione, StoryRabbit. Un elemento che conferma l’interesse di Hollywood per l’AI, dall’attrice generata artificialmente agli accordi stipulati da Disney per lo sfruttamento delle proprietà intellettuali. Ed è di questi giorni la notizia di On This Day… 1776, la serie sulla Guerra d’indipendenza americana che Darren Aronofsky ha completamente realizzato in IA con il sistema DeepMind di Google. Tuttavia, l’intenzione dichiarata di Saatch sembra avere soprattutto una motivazione cinefila. La riparazione di un danno storico piuttosto che l’annuncio di una rivoluzione.
Welles e gli Amberson: storia di un fallimento
Com’è noto, L’orgoglio degli Amberson ha avuto molte vicissitudini. Tratto dal romanzo di Booth Tarkington, vincitore del Premio Pulitzer, è il secondo film da regista dell’allora ventiseienne Welles, che ne fu anche sceneggiatore, produttore e voce narrante. Ambientato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, racconta il tramonto di una ricca famiglia del Sud incapace di accettare il cambiamento dovuto all’industrializzazione. Un grande film sul fallimento, amatissimo da François Truffaut che lo definì l’antitesi di Quarto potere, fu un insuccesso clamoroso: preoccupata dopo le proiezioni di prova, la RKO tolse il cut a Welles – impegnato in Brasile per girare il documentario È tutto vero, con l’obiettivo di scongiurare l’alleanza del paese sudamericano con l’Asse – e distribuì una versione di circa un’ora inferiore a quella montata dall’autore, con un nuovo finale più rassicurante girato da Robert Wise (erano pur sempre tempi di guerra). Il materiale tagliato è stato distrutto.
Welles ne restò segnato a vita. Sosteneva che distruggendo gli Amberson volessero distruggere lui, tant’è che negli anni seguenti non trovò produttori disposti a finanziarlo. Si dedicò a trasmissioni radiofoniche di propaganda per la CBS, a conferenze politiche sulla natura del fascismo, a scrivere discorsi per il presidente Roosevelt. Tornò al cinema come attore (La porta proibita, La nave della morte, Conta solo l’avvenire) e, finalmente, anche dietro la macchina da presa con i noir Lo straniero (1946) e La signora di Shanghai (1947), oggi classici ma all’epoca poco apprezzati, e Macbeth (1948), con cui chiuse la sua prima avventura hollywoodiana.


Dopo un soggiorno in Europa tra interpretazioni alimentari (Cagliostro, Il principe delle volpi, La rosa nera, L’uomo, la bestia e la virtù con Totò ma anche il capolavoro Il terzo uomo), tornò in America brevemente dove realizzò Rapporto confidenziale (1955) e L’infernale Quinlan (1958). Dopodiché ancora Europa tra partecipazioni gigionesche e regie avventurose (Falstaff, 1965; Storia immortale, 1968, F come falso, 1975). Morì nel 1985. Nel 2018, Netflix finanziò la realizzazione di L’altra faccia del vento, girato tra il 1970 e il 1976, rimasto incompleto e terminato grazie al protégé Peter Bogdanovich: Welles riuscì a montarne solo quarantacinque minuti e, alla sua morte, tutto il materiale rimase bloccato a Parigi per dispute ereditarie.
La magnifica ossessione
Per tutta la vita, Welles ha tentato di recuperare gli Amberson. Pensò perfino di completarlo richiamando sul set il cast, ormai invecchiato. Un’ossessione che non ha lasciato immuni i fan del genio, come racconta l’articolo del New Yorker. Nel 1993, un certo Roger Ryan ricostruì il film interpolando frame al posto delle riprese mancanti, con una registrazione amatoriale che seguiva i dialoghi dalla sceneggiatura originale. Nel 1995, uno studente, Joshua Grossberg volò in Brasile alla ricerca di una copia del montaggio originale. Durante la pandemia, un aspirante regista, Brian Rose, ha realizzato una sorta di storyboard animato: ha creato animazioni in Photoshop delle scene mancanti, registrò i dialoghi e inserì le scene nel montaggio ufficiale. Ha presentato il progetto in un cinema, ma non è andata bene


Saatchi venne a sapere dell’operazione e propose a Rose di partire da quel progetto per svilupparlo meglio con l’intelligenza artificiale. Tom Clive (ha lavorato per il ringiovanimento e l’invecchiamento di Tom Hanks e Robin Wright in Here e sulla “resurrezione” dell’androide Ian Holm in Alien: Romulus) ed Emanuele Riccetti sono stati i principali collaboratori di Saatchi: hanno addestrato il sistema su con le riprese dell’epoca e hanno costruito modelli specializzati per ogni personaggio catturandone i movimenti del corpo, le espressioni, le articolazioni di bocca e voce.
Benché si presenti come un visionario, Saatchi non gode della stima dei più. Justine Bateman, un’attrice oggi impegnata contro le degenerazioni dell’AI, pensa che il progetto Amberson rischi di stabilire un grave precedente, poiché non è etico intervenire sui vecchi film e manipolare attori ormai morti. Michael Schulman ha interpellato anche Melissa Galt, la figlia di Anne Baxter, una delle protagoniste del film, citando come posizione “anti tecnologica” della madre l’opposizione alla moda di colorizzare i vecchi film. Anche Welles si oppose fermamente all’idea di colorizzare Quarto potere.


Ma l’obiettivo di Saatchi va al di là della meraviglia tecnologica: vuole che l’esperienza sia fluida, che i personaggi trasmettano davvero l’idea della felicità o la disperazione, che l’intervento delle telecamere robotiche (necessarie per controllare i movimenti dei corpi) non inficiasse sulla profondità emotiva delle performance. Atto dovuto nei confronti di un autore che si è sempre interrogato sulla differenza tra vero e falso. “L’intelligenza artificiale è ancora troppo odiata” ha detto Saatchi a Schulman, ma il progetto Amberson è importante perché “Welles è il più grande regista di tutti i tempi e siamo tutti curiosi di sapere cosa intendesse davvero”.
In attesa di vedere questo strano oggetto, Saatchi ha ricordato come L’orgoglio degli Amberson sia un film sull’impatto della tecnologia nelle vite delle persone. Ha detto di riconoscersi nel personaggio di Eugene (Joseph Cotten), che si lancia nell’industria automobilistica segnando però il crepuscolo della sua amata famiglia: “Ama gli Amberson più di chiunque altro ma li sta involontariamente distruggendo. Io amo il cinema ma sto facendo qualcosa che forse minerà la forma d’arte che amo”.
