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Martin McDonagh sul set di Wild Horse Nine con John Malkovich e Sam Rockwell © 2026 Searchlight Pictures
Raccontare l’America oggi non è un compito semplice. Nel flusso delle immagini globali, che rimbalzano da feed a feed, la grande democrazia occidentale si è trasformata in un corpo finto e malconcio, strabordante di rabbia e violenza, incapace di dare consistenza alla promessa di autodeterminazione e progresso su cui ha costruito il proprio mito.
Poi arrivano le elezioni di Midterm e su quelle stesse reti interconnesse, che vanno dal web alla televisione, si impongono nuove immagini, come quelle del discorso dopo la vittoria di Abdul El Sayed, primo senatore musulmano, eletto in Michigan, nel cuore del democratico ma conservatore Midwest. La promessa che sembrava esaurita torna ad avere una forma.
Come queste immagini, così radicalmente diverse, possano convivere nello stesso, seppur certamente sterminato Paese è difficile da afferrare, ancora di più se viste dall’immobile Europa; e se le narrazioni cinematografiche sul grande sogno democratico di libertà e progresso mostrano il fianco, forse incapaci non tanto di cogliere la complessità del mondo contemporaneo, quanto di restituirne l’intonazione affettiva ed emotiva collettiva (Sorkin vale per tutti), allora forse bisogna immaginare un nuovo modo di rappresentare ciò che si sottrae a facili opposizioni, che stia dentro le contraddizioni.
Wild Horse Nine può offrirci qualche elemento in questa direzione. È certamente una storia di amicizia surreale e commovente, ancora una volta segnata da una fine e da una scelta, che l’altro fa fatica a comprendere, ma è chiamato ad accogliere. Questa volta, però, McDonagh esplicita la metafora del politico che ne Gli spiriti dell’isola rimaneva più sommersa, scegliendo di ambientare la vicenda alla vigilia del primo 11 settembre della Storia, il golpe del 1973 che rovesciò il governo del presidente socialista Salvador Allende, democraticamente eletto. Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) sono due agenti della CIA inviati in Cile per contribuire a porre rimedio a quello che, nella visione geopolitica americana, costituisce un precedente pericoloso: un paese che sceglie democraticamente il socialismo.
McDonagh compie un’operazione molto interessante, ovvero l’arretramento sul piano storico della prospettiva contemporanea: la sprezzante contrapposizione con l’Europa di paesi «gay», capaci però di produrre del buon formaggio – dice ad un certo punto Chris – la totale mancanza di qualsiasi etica delle istituzioni, per cui il protagonista affetto da demenza rischia continuamente di rivelare operazioni e ruoli degli Stati Uniti nei più importanti conflitti del ‘900 dal Congo al Guatemala, passando per l’uccisione di Kennedy, ovvero la ferita mai rimarginata nel mezzo del sogno americano novecentesco.
È come se i personaggi avessero viaggiato nel tempo, portando con sé il linguaggio e gli affetti del nostro presente. Parlano da un mondo in cui i limiti del discorso pubblico sono saltati, l’oscenità del potere può esibirsi senza pudore e il lessico del politicamente corretto convive con la più sfacciata rivendicazione dell’impunità. Con questa consapevolezza agiscono, però, in un passato che le immagini e il cinema hanno già cristallizzato: Kennedy e la sua morte, la Guerra fredda, i dubbi sulle operazioni politiche. L’anacronismo diventa così il principio dell’operazione di McDonagh. Ammicca allo spettatore, certo, facendo leva sulla sua familiarità con montaggi irriverenti e accostamenti disinvolti, talvolta fin troppo facili; ma produce anche un attrito, tra il leggendario passato e il deprimente presente, una sorta di rovesciamento, che sembra appunto possibile.


Wild Horse Nine © 2026 Searchlight Pictures
Il Chris di Malkovich dà corpo a questa sovrapposizione temporale e a questa produttiva contraddizione. In lui si condensano le radicalità dell’America contemporanea, oggi esposte con particolare evidenza nel flusso delle immagini: la violenza esercitata e raccontata senza vergogna, il cinismo elevato a sapere sul mondo, ma anche un desiderio di futuro che sopravvive alla consapevolezza dell’ingiustizia e della violenza dilaganti.
Chris è un agente spietato, che non si è fatto scrupolo di uccidere innocenti e che sa di avere contribuito a imprimere alla storia una direzione terribile. Eppure il suo cinismo non ha consumato ogni possibilità di speranza. Persino il progetto di raccogliere le proprie memorie presuppone qualcuno a cui consegnarle, un tempo successivo al proprio, nel quale ciò che è stato possa essere conosciuto, per poter forse prendere un’altra direzione. L’incontro con la studentessa cilena, sinceramente animata dagli ideali comunisti, è la traduzione narrativa di tali contrapposizioni, del passato e del presente, ma anche delle stesse istanze contrapposte che animano il contemporaneo.
Non si tratta allora di stabilire se anche il più colpevole tra i protagonisti della Storia possa essere redento, né di cercare per le ambigue posizioni dell’America una facile redenzione collettiva. La posta in gioco è la possibilità di immaginare un’alternativa, di dare consistenza a qualcosa di diverso anche quando il presente sembra escluderlo. È questa, in fondo, la scommessa della democrazia: mantenere aperta l’alternanza di idee e mondi differenti, senza che uno di essi possa imporsi come l’unico possibile.
Nel discorso dopo la vittoria, Amy Acton, la democratica appena eletta governatrice dell’Ohio, dove Trump aveva largamente prevalso alle ultime presidenziali, ha ricordato che da bambina senzatetto non avrebbe mai immaginato di diventare medica, tanto meno governatrice. La democrazia è questa possibilità: che il futuro smentisca il destino apparentemente assegnato a una persona, a una comunità, a un paese. Tenerla aperta richiede resistenza, fiducia e immaginazione. Il cinema resta un baluardo di questo vitale processo.
