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Mercoledì 30 settembre la giudice federale Araceli Martínez-Olguín ha approvato l’accordo raggiunto da Paramount con i dodici procuratori generali statali che avevano fatto causa per bloccare l’operazione, rimuovendo l’ultimo grande ostacolo giudiziario. La chiusura dell’acquisizione, dal valore di circa 110 miliardi di dollari, è ora prevista per il 6 ottobre.
Mark Ruffalo è stato uno dei critici più accaniti della fusione tra Paramount e Warner Bros. Discovery e, dopo il via libera, l’attore non ha fatto marcia indietro. Rilanciando sui social la notizia dell’approvazione, ha scritto: «Questo movimento dal basso non svanirà, e nemmeno la nostra determinazione. Non si è mai trattato solo di una fusione: si trattava di combattere contro i miliardari corrotti che calpestano gli interessi della gente comune per riempirsi le tasche. Siamo ancora in questa lotta. Unitevi a noi». «Questa fusione soffocherà la creatività, indebolirà la libertà di parola e costerà il lavoro alle persone: è un cattivo affare per questo Paese e non avrebbe mai dovuto essere approvato», ha aggiunto il due volte vincitore dell’Emmy. La protesta arriva dopo che Martínez-Olguín ha dato il via libera all’intesa antitrust raggiunta dalla società guidata da David Ellison con la coalizione dei dodici Stati americani.
I punti chiave dell’accordo
Il via libera giudiziario apre dunque la strada alla conclusione dell’acquisizione. Tra gli impegni assunti da Paramount nell’accordo con gli Stati figurano:
• almeno 30 film all’anno nelle sale americane per cinque anni;
• 1,5 miliardi di dollari complessivi di investimenti produttivi aggiuntivi negli Stati Uniti, pari a 300 milioni l’anno;
• negoziazioni separate per la distribuzione dei canali via cavo;
• la creazione di un News Editorial Independence Board composto da cinque giornalisti, incaricato di vigilare sull’indipendenza editoriale di CNN e CBS News;
• il mantenimento dei principali studios di Paramount e Warner Bros. a Los Angeles e investimenti specifici nella formazione professionale e nel cinema indipendente.
A questi impegni si aggiunge l’accordo separato con la Writers Guild of America, che aveva a sua volta fatto causa per bloccare la fusione: Paramount verserà 17,5 milioni di dollari al fondo sanitario della WGA e manterrà per cinque anni almeno l’attuale livello di occupazione dei lavoratori rappresentati dal sindacato presso CBS News Broadcast.
Intanto cambia già il vertice del nuovo colosso. Ynon Kreiz lascerà Mattel per diventare co-CEO insieme a David Ellison alla chiusura dell’operazione. Kreiz si occuperà in particolare della gestione quotidiana e dell’integrazione delle due aziende, mentre Ellison manterrà la guida della strategia, delle attività creative e tecnologiche. L’obiettivo dichiarato è ottenere oltre sei miliardi di dollari di sinergie, un dato che inevitabilmente alimenta interrogativi sulle conseguenze occupazionali della fusione, nonostante le garanzie previste dagli accordi.
Da Netflix a Paramount
In principio sembrava che Warner Bros. dovesse finire nelle mani di Netflix. Il 5 dicembre 2025 Netflix e Warner Bros. Discovery avevano annunciato un accordo da circa 82,7 miliardi di dollari per l’acquisizione degli studios Warner Bros., HBO e HBO Max, dopo lo scorporo delle attività dei network lineari. L’ipotesi aveva immediatamente acceso il dibattito sulle conseguenze che avrebbe potuto avere l’acquisizione di uno dei grandi studios hollywoodiani da parte della principale piattaforma streaming mondiale, soprattutto sul rapporto tra produzione cinematografica e sala.
La partita, però, non era chiusa. Paramount Skydance, che aveva già tentato più volte di inserirsi nella trattativa, ha rilanciato alla fine di febbraio con una proposta giudicata superiore dal consiglio di amministrazione di Warner Bros. Discovery. Il 26 febbraio Netflix ha deciso di non pareggiare l’offerta; il giorno successivo Paramount e WBD hanno annunciato l’accordo definitivo, valutando Warner Bros. Discovery 110 miliardi di dollari.
Gli effetti dell’accordo Warner Bros. Discovery-Paramount Skydance sull’Italia.
Durante la recente presentazione dei nuovi palinsesti, Warner Bros. Discovery ha ribadito l’intenzione di continuare a crescere e investire in Italia. Il gruppo ha indicato per l’inizio della stagione una quota dell’8,5% sul pubblico totale e dell’11% sul target commerciale 25-54 anni, rivendicando il ruolo di terzo editore nazionale.
Ma con la chiusura definitiva dell’accordo con Paramount Skydance è inevitabile che qualcosa cambi, a cominciare dall’organizzazione: si tratta di integrare sotto un’unica guida due strutture enormi e molto differenti per dimensioni, asset e strategie.
Sul fronte cinematografico, il peso dell’Italia resta naturalmente limitato rispetto alla scala globale dell’operazione. Paramount Skydance ha però riportato esplicitamente al centro della propria strategia la distribuzione nelle sale: l’impegno a garantire almeno trenta uscite cinematografiche all’anno negli Stati Uniti per cinque anni rappresenta uno degli elementi più concreti dell’accordo appena approvato.
Restano le preoccupazioni legate alla concentrazione, sotto una sola proprietà, di un numero impressionante di marchi, studios, piattaforme e soprattutto mezzi d’informazione: Warner Bros., Paramount Pictures, HBO, HBO Max, Paramount+, CBS e CNN, tra gli altri. Le perplessità sull’indipendenza editoriale di CNN e CBS News sono state del resto uno dei temi affrontati direttamente nell’accordo con gli Stati, che ha imposto la creazione di un organismo indipendente di vigilanza giornalistica. Per l’Italia, almeno nell’immediato, la questione riguarda soprattutto gli effetti industriali della riorganizzazione: distribuzione cinematografica, canali televisivi, raccolta pubblicitaria, streaming e strutture locali. Le decisioni decisive, però, saranno prese altrove. Ed è probabilmente questo il punto da osservare nei prossimi mesi: capire quanto spazio resterà alle strategie nazionali dentro uno dei più grandi processi di concentrazione mai avvenuti nell’industria audiovisiva.
