“‘na femmena busciarda m’ha lassato!” cantano sguaiati Antonio e Peppino, seduti a bordo di un calesse, finché il primo, entusiasta e prepotente per vocazione, frusta per errore il secondo. “Ti ho fatto male? No? Pensa alla salute!”. Come nei cartoni animati, un attimo dopo Peppino non sembra accusare il colpo. Anche perché c’è qualcosa di più importante da fare: i due si fermano piuttosto furtivi di fronte alla Fattoria Mezzacapa, Antonio passa a Peppino un mattone, Peppino lo lancia e rompe una finestra, sicché scappano come due bambini dopo una marachella. Il povero Mezzacapa si affaccia e commenta esausto l’ennesimo attentato dei fratelli Caponi, i suoi confinanti, due signori più vicini ai sessanta che ai cinquanta ma comunque inesorabilmente infantili.

È la prima sequenza di Totò, Peppino e la… malafemmina ed è già una dichiarazione d’intenti. Perché mette in chiaro il carattere dei protagonisti: cafoni ben vestiti, proprietari terrieri che trascorrono le giornate a controllare il territorio. Antonio è un bon vivant, un donnaiolo spendaccione che millanta una cultura che non ha e dice di sapersi muoversi nel mondo; Peppino, il fratello minore, è succube e lamentoso, tirchio e apparentemente pragmatico. Entrambi celibi, l’uno per godersi meglio la vita e l’altro forse per non spartirsi le ricchezze con una sconosciuta, vivono in un casale con la sorella vedova, Lucia, madre di Gianni, figlio unico che sta per trasferirsi a Napoli per studiare Medicina.

Totò, Peppino e la… malafemmina
Totò, Peppino e la… malafemmina

Totò, Peppino e la… malafemmina

Uno shock culturale

È l’Italia rurale del dopoguerra, quella rappresentata nello spensierato e ottimista cinema strapaesano del periodo (da Pane, amore e fantasia a La nonna Sabella), operosa e attaccata alla roba ma consapevole che le nuove generazioni debbano emanciparsi, farsi una cultura, andare altrove e magari tornare con nuove esperienze. Il problema subentra quando il rampollo si innamora di Marisa, una soubrette della rivista: a informare la famiglia è una lettera anonima, scritta da un’adolescente invaghitasi di Gianni, pronta a vendicarsi della rivale con un’azione da delatrice. “Vostro figlio invece di studiare si perde con donne di malaffare”: parole che gettano nel panico madre e zii, pronti a salire a Milano – dove Gianni ha seguito Marisa, impegnata con la compagnia – per dissuadere la donna e rimettere il ragazzo sulla retta via.

È forse uno degli elementi meno notati di questo film leggendario, passato giustamente alla storia per la micidiale sequela di gag immortali e battute fulminanti. Perché Totò, Peppino e la… malafemmina è anche il racconto di uno shock culturale: quello tra il mondo contadino e la grande città, tra il meridione agricolo e la Milano in espansione, tra i campagnoli che si svegliano con le galline e la gente di spettacolo che va a mangiare dopo mezzanotte. Quando i fratelli Caponi chiedono lumi a Mezzacapa (Mario Castellani, storica spalla di Totò), che tutti in paese chiamano il “milanese” perché ha fatto il militare nel 1931, lui fa uno scenario apocalittico: il traffico mortale, le bufere di neve, la nebbia, la vita quotidianamente a rischio.

Totò, Peppino e la… malafemmina
Totò, Peppino e la… malafemmina

Totò, Peppino e la… malafemmina

E i tre fratelli si fanno trovare pronti: imbacuccati con cappotti e colbacchi e armati di valigie piene di qualunque cosa (comprese le caciotte da appendere e galline da far ruzzolare nella stanza d’albergo), arrivano alla stazione di Milano pronti a negare l’evidenza climatica. Ignoranti e entusiasti, i fratelli Caponi vivono la vertigine dello spaesamento, si perdono in una Milano alla ricerca del famoso Colosseo, confondono il Duomo con la Scala, provano a chiedere informazioni a un vigile improvvisando una lingua impossibile (Antonio si lancia con un assurdo pastiche: “excuse me… bitte schön, noio… noio volevàn, volevòn, savuàr, noio volevàn savuàr l’indiriss, ia?”) e, ovviamente, convinti di aver risolto la questione con la soubrette, cedono ai bagordi, invitano le ballerine a un night, spendono e spandono, si ubriacano e si spaccano.

Chi è la malafemmina

È evidente che tutti coloro che hanno visto, rivisto, amato Totò, Peppino e la… malafemmina non riescano a prescindere della presenza dei due dilaganti protagonisti. Che, tuttavia, all’inizio non era previsto che fossero tali. Si capisce bene: questa non è la storia di Totò e Peppino ma di Gianni e Marisa, la love story tra uno studente dalla voce angelica e una procace e romantica soubrette, con le canzoni a fare da collante al film come se fossimo in un musicarello. Lei è Dorian Gray, personaggio incredibile del nostro cinema (nome d’arte esplosivo, carriera effimera, ritiro precoce, suicidio da anziana); lui è Teddy Reno, all’epoca divo musicale e oggi neocentenario, che si esibisce in ‘na voce, ‘na chitarra e ‘o ppoco ‘e lunaChella llà e, appunto, Malafemmena, la più celebre delle canzoni composte da Antonio De Curtis ovvero Totò.

Il termine è ambiguo, perché non c’entra il “malaffare” alluso dalla lettera anonima: per il principe, la malafemmena non è una donna di facili costumi ma colei che fa soffrire, insensibile alle pene d’amore del pover’uomo. Bionda e appariscente, Dorian Gray ha il corpo e l’allure della malafemmina, ma capiamo subito che si tratta di una maschera teatrale: Marisa è gentile, simpatica, affettuosa, pragmatica. È la moglie ideale, come intuisce Lucia (Vittoria Crispo) quando interviene verso il finale per sistemare le sciocchezze fatte dai fratelli. È piuttosto Gianni che deve fare pace con le conseguenze della fama di Marisa, mettere un freno alla gelosia, non trascurare gli studi e darsi una calmata (d’altronde tutti i maschi del film sono infantili o mitomani).

Totò, Peppino e la… malafemmina
Totò, Peppino e la… malafemmina

Totò, Peppino e la… malafemmina

Ma, ecco, succede però che la storia d’amore con canzoni (sono gli anni degli strappalacrime musicali, citiamo Guaglione per tutti) passi sempre più in secondo piano. Totò e Peppino, arruolati come comprimari di lusso (le fotobuste d’epoca parlano, infatti, di “una eccezionale partecipazione”), recitano a soggetto, improvvisano, prendono in mano l’esile storiella, la sovvertono dall’interno (da melodrammino a comico), la cannibalizzano fino a trasformarla in una spettacolare dimostrazione di potenza.

La lettera come autoritratto

Totò, Peppino e la… malafemmina esce qualche mese dopo La banda degli onesti, sempre diretto da Camillo Mastrocinque e tra gli apici dei due attori. Totò, quasi sessantenne, comincia a fare a meno della comicità più fisica preferendo quella di parola tra giochi linguistici e storpiature irresistibili, diventando la maschera dell’italiano un po’ agê che cerca di adattarsi alle trasformazioni del dopoguerra. Scritta da Age e Scarpelli, è una cerniera che apre alla commedia all’italiana e annuncia I soliti ignoti. Nella Malafemmina, che ha un canovaccio piuttosto che una sceneggiatura (firmata da Sandro Continenza, Nicola Manzari, Edoardo Anton e Francesco Thellung), prevale la farsa più tradizionale, anche se lo scarto tra il mondo agricolo, chiuso e fermo nel tempo e la grande città che stordisce è un grande argomento comico per l’ormai maturo Totò.

L’apice di questo riposizionamento è la leggendaria scena della lettera, dichiaratamente improvvisata sulla scorta di Miseria e nobiltà, il capolavoro di Eduardo Scarpetta, padre di Peppino. La lettera dovrebbe fare da corredo alla scatola con le settecentomila lire che i fratelli intendono dare alla soubrette per rinunciare a Gianni. Sul backstage della scena esistono molti racconti, da Ettore Scola (all’epoca “negro”, cioè ghostwriter) allo stesso Teddy Reno. A noi basta il risultato, probabilmente un “buona la prima” (Peppino che, arrivato anzitempo alla fine del foglio, ri-scrive a pie’ di pagina), apoteosi anarchica e bomba teorica che distrugge la sintassi (la punteggiatura), abiura la grammatica (le coniugazioni), piega il senso delle parole a proprio piacimento, infila riferimenti del tutto incomprensibili al mondo reale (“la grande moria delle vacche”).

Pur in forma comica, la lettera è anche la testimonianza dell’italiano popolare dei semicolti, di coloro del tutto disabituati alla scrittura che vivono il momento con ansia performativa: Antonio si mette le mani nel panciotto, interpreta il testo con enfasi, sbraita quando perde il filo; Peppino suda, accartoccia fogli, si affatica, subisce. Quella lettera è l’autoritratto dei fratelli Caponi, del loro orizzonte culturale e della loro identità sociale, ma è anche il modo indiretto e geniale, spettacolare e pratico, con cui Totò e Peppino diventano autori del film.

Film che, com’è noto, non piacque alla critica, che lo snobbò senza troppi clamori, parlandone come una “farsa grossolana urlata in dialetto napoletano” e “avanspettacolo e fumetto della peggior qualità” (Avanti!) o “povero di fantasia, di originalità, di gusto” anche se con Totò e Peppino “si ride sempre” (La notte). Ovviamente fu un trionfo di pubblico, con oltre 4 milioni e mezzo di spettatori e quasi 680 milioni di lire. Uscito il 14 agosto 1956, giusto settant’anni fa, continua a essere amatissimo, citatissimo (Non ci resta che piangere, per esempio), replicatissimo (innumerevoli i passaggi televisivi), cliccatissimo (il film integrale su YouTube conta più di 2 milioni di contatti, per non parlare delle clip social). Un capolavoro, una pietra miliare. O, come direbbe il principe, una pietra emiliana.