Smart Working è la nuova commedia diretta, scritta e montata da Svevo Moltrasio, la sua opera seconda dopo l’originale Gli ospiti: un film volutamente più mainstream che però non abdica alla lateralità di sguardo di Moltrasio, confermata anche dalla scelta di Maccio Capatonda in un ruolo inedito e volutamente controcorrente rispetto alla sua consueta cifra comica, quello di un impiegato “normale”, che si trova bene a lavorare a casa, ma che quella stessa casa se la vede infestata dai colleghi che approfittano della sua pacatezza per trasformare un appartamento in un tumultuoso co-working.

Un personaggio diverso, una sfida cercata

«Mi ha affascinato l'idea di svestire i panni del comico», ha dichiarato Capatonda, spiegando come abbia accettato con entusiasmo la proposta di Moltrasio di interpretare un uomo pacato, quasi passivo di fronte agli eventi. Un personaggio che l'attore stesso definisce in parte egoista: «Pensa troppo ai suoi obiettivi — la casa, il cineclub (con citazione rivelatrice di Buñuel, N.d.A.), la famiglia — e così si fa fregare dalla vita, non si accorge di quello che gli sta succedendo intorno».

Lo smart working è una situazione divertente, ma anche un pretesto narrativo

L'idea del film nasce durante il primo lockdown del 2020. «Lo smart working era per me un accessorio narrativo», ha precisato Moltrasio, «un argomento d'attualità che mi serviva per ragionare su paradossi più ampi della nostra società». Il fulcro del racconto è un meccanismo grottesco: i protagonisti, ottenuta la libertà del lavoro da casa, finiscono per ricreare spontaneamente le stesse dinamiche malate dell'ufficio. Un'opportunità che si trasforma in una sorta di carcere — senza che i personaggi se ne rendano conto.

Una home invasion sui generis

Moltrasio ha descritto il film come una home invasion atipica: a differenza del genere canonico, i protagonisti non si accorgono dell'invasione e non reagiscono. «Era fondamentale costruire un mondo molto preciso attorno a questa famiglia», ha spiegato il regista, «perché lo spettatore, come i personaggi, fosse distratto da tanti altri temi e credesse a questo contesto». Il risultato è un film corale, girato in gran parte in interni torinesi, con piani sequenza e un cast numeroso che cresce progressivamente fino a saturare lo spazio domestico.

Torino, set ideale

La scelta di Torino come location è stata unanimemente celebrata. «È una città che ha una sua personalità fortissima», ha detto Capatonda, «antica e moderna allo stesso tempo, a misura d'uomo». Moltrasio ha aggiunto che gli esterni dei quartieri borghesi del centro si sposavano perfettamente con l'atmosfera cercata, e che le riprese non hanno incontrato particolari difficoltà logistiche.

Uno sguardo sulla borghesia intellettuale

Al centro del film c'è anche il ritratto di un certo ceto intellettuale che, convinto della propria superiorità culturale, non si accorge di essere progressivamente ghettizzato. «Tornano a vivere chiusi dentro le quattro mura», ha osservato Capatonda, «con tutte le loro ambizioni artistiche e culturali, senza rendersene conto». Un film, dunque, che usa la commedia per dire qualcosa di preciso sul presente, senza consolazioni facili.