La commedia è pane per il cinema italiano, ma la commedia di lavoro, sul lavoro molto meno. Anche questo deve aver interessato Svevo Moltrasio quando ha concepito e poi scritto Smart Working, il suo secondo lungometraggio dopo il tentativo indipendentissimo e dal basso di Gli ospiti, che era interessante anche per la sua vicenda produttiva (finanziato tramite crowdfunding, distribuito quasi brevi mano) che gli ha permesso di poter essere anche così originale.

Questo film invece ha una struttura, un’allure più mainstream: produce la IIF di Lucisano, distribuisce Vision, nel cast spicca Maccio Capatonda, ma per fortuna Moltrasio rimane fedele alle sue idee sul cinema italiano con le quali aveva scosso, tramite YouTube e social, gli addetti ai lavori. La trama vede Capatonda nel ruolo di un impiegato modello di un’azienda torinese che ha trovato il proprio mondo ideale nel lavoro da casa: siccome sta per arrivare un’importante scadenza e il team non è in forma come lui, uno dopo l’altro i suoi colleghi si trasferiscono a casa sua, con le conseguenze - professionali e umane - che possiamo immaginarci.

Moltrasio scrive, dirige, monta e interpreta (nel ruolo del collega fastidioso e gretto) un film dall’influsso vagamente buñueliano, come mostra una scena di “cineclub”, che serve a connettere il proprio immaginario, e anche il proprio passato come filmmaker web nella serie Ritals, a un pubblico più ampio, cinematograficamente. Per farlo, il film deve vivere uno scontro, anzi più di uno: tra l’anima surreale e lunare di Capatonda – qui scelto consapevolmente “controruolo”, come anche Maurizio Nichetti – e quella più cinica e ruspante di certa commedia italiana, tra il lato chiaro e sentimentale del racconto e i suoi sottintesi meno conformi, tra la struttura episodica e la coralità che unifica.

Da questi scontri, Smart Working emerge con i suoi tempi: il film infatti ci mette un po’ a trovare la sua verve, il suo umorismo, i suoi toni, a volte certi dialoghi paiono di circostanza, per allungare il minutaggio, come se dovesse adattarsi a una nuova condizione proprio come fanno i suoi personaggi. Quando arriva a compimento questa peculiare invasione, dando l’idea di una sorta di home invasion (tema caro al regista, come mostra anche il debutto), allora Moltrasio trova il suo piglio, la sua ironia caratteristica: e in mezzo ai finali più o meno lieti, emerge lo sguardo proprio su quel mondo del lavoro in cui tanto il lavoro da casa, che rende le quattro mura domestiche un gabbia simile all’ufficio, quanto la retorica del team building, sono le esche con cui la società ci modella e ci piega. E magari, una risata ci farà risorgere.