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Le bambine
Per capire ragioni e sentimenti del nuovo cinema italiano tocca sempre fare attenzione alle scelte della Locarno diretta da Giona Nazzaro – anche quando la scommessa prevale sull’esito – giacché quel festival si sta concedendo il privilegio di rischiare puntando su figure spesso periferiche o perfino estranee alle foto di gruppo della nostra industria mancata. È lì che si è imposto il low budget Gioia mia di Margherita Spampinato, una delle rivelazioni dell’ultima stagione, ed è lì che sono passati Silvia Luzi e Luca Bellino (Luce) e Sara Fgaier (Sulla terra leggeri), Simone Bozzelli (Patagonia) e Gianluca Jodice (Le déluge), Alessandro Comodin (Gigi la legge) e Francesco Lagi (Il pataffio), Nicola Prosatore (Piano piano) e Bonifacio Angius (I giganti), Hleb Papou (Il legionario) e Francesco Montagner (Brotherhood). E, un anno fa, le Sorelle Bertani, all’anagrafe Valentina e Nicole, autrici di Le bambine, un film che somiglia a un’epifania.
È il loro debutto di coppia: nel 2022, infatti, Valentina aveva esordito in solitaria con La timidezza delle chiome, uno straordinario ibrido tra realtà e finzione che inquadra l’accesso all’età adulta di due gemelli con una disabilità intellettiva, pronti ad affacciarsi al mondo per poi rendersi conto che quel mondo non è all’altezza dei loro sogni. Quei due ragazzi, Benjamin e Joshua Israel, tornano anche qui, così carismatici nel loro essere anomali (“Puoi essere bello solo se sei strano”), non solo a rivendicare una continuità tematica e formale ma anche a testimoniare un passaggio di consegne: dalla biografia altrui all’autobiografia, dal maschile al femminile, dal cinema del reale al reale del cinema.


Le bambine
Le bambine è evidentemente una capsula del tempo: è l’estate del 1997, Luciano Ligabue canta Certe notti parlando di tutti i bar della nostra provincia e il poster di Attilio dei Ragazzi italiani campeggia nelle camerette, l’annotazione delle parole viene delegata alla voce elettronica del Grillo Parlante e la cura altrui appaltata al surrogato di vita racchiuso dai tamagotchi, le signore fumano di nascosto o cercano nuovi stimoli mentre gli uomini sono decostruiti o mitizzati. È un contesto preciso, quello ricostruito dalle Sorelle Bertani, che non si abbandona al business della nostalgia – l’unico progetto politico del nostro Paese – ma affida alle madeleine (dai gelati a forma di piedone alle manine appiccicose) il compito di evocare un passato che non è cronachistico ma emotivo.
La memoria non funziona – o comunque non solo – da aggregatore sociale o riconoscimento generazionale: lo dice il titolo che a guardare il mondo sono le bambine, che hanno tra gli otto e i nove anni e della vita (altrui) sanno quanto basta per ammazzare il tempo infinito dell’estate in provincia (“io mi annoio!” dice spesso una delle sorelle in questa Ferrara periferica, un’altra città di pianura) rimestando tra gli escrementi del cane o aspettando che faccia notte. Il prisma è quello dell’infanzia, dove una misteriosa consapevolezza si incrocia con l’esercizio dello stupore. E le Sorelle Bertani si mettono – appunto – ad altezza di bambina, anzi di loro stesse da bambine, poiché al centro della storia c’è un riverbero autobiografico, autentico e al contempo universale, sublimato da una capacità di mettere in scena i ricordi che non ambisce alla gabbia realista ma al diritto alla fantasia.


Le bambine
Le bambine sono le Sorelle Bertani – e Maria Sole Limodio, che le accompagna nella sceneggiatura peraltro revisionata da Barbara Alberti, bambina massima – e sono Azzurra e Marta, figlie di un “anestesiologo” (Matteo Martari che alterna sorrisetti e anelli di fumo) e di un’infermiera che vuole lasciare il lavoro per costruire bambole (Jessica Piccolo Valerani), e la nuova amica Linda, che nonostante l’età deve prendersi cura di una madre fragile (Clara Tramontano; la nonna ricca è Cristina Donadio). Ma anche Carlino (Milutin Dapčević), che le accudisce mentre i genitori lavoro, è una bambina: adulto con riserva e identità fluida, vittima delle malelingue eppure sempre a testa alta, provinciale fino al midollo (la fascinazione per Lady Diana) ma anche alieno nel suo volteggiare tra promesse e frustrazioni, genitore alternativo di una famiglia fuori dai canoni borghesi e istituzionali.
È una bambina anche la madre di Linda, madre alla deriva che diventa figlia di sua figlia, ultima vittima di “questo secolo ormai alla fine, saturo di parassiti senza dignità” come cantano i CSI nella cover di E ti vengo a cercare che accompagna una sequenza in bilico tra spaesamento lisergico e dirottamento fantastico. Ed è una bambina la madre di Azzurra e Marta, con quel suo desiderio di generare bambole che è un tardo gioco e una fuga dalla realtà, così come, al di là delle apparenze, resta una bambina anche la nonna di Linda, che firma un assegno per portarsi a casa due bambole. Ma magari siamo tutte bambine tra affetti e dispetti, con le stellette appiccicate sul braccio o una pinza per bucare le sigarette.


Le bambine
Il cinema è sempre una seduta spiritica, figuriamoci quello che dichiara la vocazione autobiografica, e tutti i personaggi che attraversano Le bambine sembrano appartenere a un paesaggio perduto, sospeso tra i fumetti e Luigi Ghirri, l’animazione e Harmony Korine, la televisione e Sean Baker. In un quadrato che contiene senza perdere di vista nessuna e con una regia che avvolge e incanta. Dove il citazionismo non si riduce all’onanismo, la creatività è così viva da esplodere come lucciole che illuminano le notti d’agosto e il cinema serve a dirci chi siamo e cosa vogliamo. E a fare i conti con il trauma all’origine di tutto, prendendosi per mano sulle note di Children: sebben che siamo bambine, paura non abbiamo.
