"Io ho detto che il cinema deve tornare a essere politico, non che debba occuparsi di temi politici". Matilda De Angelis corregge la domanda con garbo ma senza lasciarla passare. È una distinzione importante, che risponde all'accusa che in questi giorni circola sul cinema italiano: introspettivo, ripiegato dentro le case, prudente.

Ma Balcanica, l'opera prima di Nicola Sorcinelli, in concorso alle Giornate degli Autori, è politico anche nei temi. Racconta un padre e un figlio, musicisti afghani, lungo la rotta dei Balcani. De Angelis ne è la protagonista e, per la prima volta in carriera, anche produttrice associata. Lei e il regista sono ospiti di Cinematografo, nello spazio Che Spettacolo della Mostra.

La storia del film comincia nel 2021. "Sono sempre stato vicino a queste storie umane, a storie di libertà negate", dice Sorcinelli, che a quei temi era già arrivato con un lavoro breve realizzato insieme a Emergency. "Dopo il 2021 c'è stato un piccolo esodo di artisti e musicisti che hanno lasciato l'Afghanistan per continuare a coltivare il proprio sogno. Mi sembrava giusto raccontare questo tipo di storie, perché questi mondi vengono quasi sempre raccontati soltanto attraverso i numeri". Il punto, dice, non è nemmeno più banale: "Prima era banale dire che dietro i numeri ci sono vite, ci sono corpi che camminano. Oggi non lo è più".

Gli strumenti musicali sono il primo dato di regia. Ingombranti, difficili da portare addosso lungo un viaggio del genere. "Si portano dietro queste custodie che contengono letteralmente la loro arte e la loro passione", dice il regista. Contengono anche la sola cosa che quei due personaggi possiedono per arrivare a destinazione.

De Angelis ha letto la sceneggiatura quattro o cinque anni fa e non l'ha più mollata. "Sono impazzita per questo film. Ha toccato la mia sensibilità e anche la mia storia personale: ho pensato, se un giorno qualcuno mi impedisse di vivere della mia arte, che cosa succederebbe?". Per anni ha continuato a chiamare il proprio agente per chiedere quando si sarebbe fatto quel film. "È una cosa abbastanza rara, per me, sentire questo trasporto. Le opere prime sono difficili da portare alla vita in questo momento storico, per il nostro paese e per il cinema italiano. Quando ho capito che stava succedendo davvero, ho sentito il bisogno di fare qualcosa di più rispetto al mio ruolo tradizionale di attrice. Volevo sposarlo in toto".

È qui che decide di passare alla produzione, ed è qui che l'intervista si sposta sul tema che a questa Mostra è rimasto sottotraccia, schiacciato dalla polemica sulle registe: i giovani, che nelle sale quest'estate sono tornati in massa e che sul set restano la parte più esposta del sistema.

De Angelis compie trentun anni fra pochi giorni e ha alle spalle tredici anni di lavoro. "Ogni tanto ci penso e mi dico che un pezzetto di strada l'ho già fatto. A tredici anni si fanno anche scelte sconsiderate, ma sempre molto appassionate". La carriera, precisa, è cresciuta insieme a lei: "Sono stata relativamente veloce, ma è stata una carriera ponderata, cresciuta organicamente con la mia crescita umana". Il risultato è la posizione in cui si trova adesso, che descrive con una metafora che le viene facile perché gioca a carte davvero: "So benissimo che non tutte le partite si vincono perché sei bravo. Ogni tanto devi anche avere le carte giuste in mano. Io in questo momento le ho, e allora devo sapere quale giocare e quando".

La carta giocata è la fiducia: "Posso restituire la fiducia che è stata data a me tredici anni fa, quando ero un'esordiente assoluta". Nessuna intenzione, però, di parlare a nome di una generazione: "Non voglio fare un discorso generalista sui giovani, non sono nella posizione di farlo. Ognuno attraversa una carriera con specificità enormi. Posso dirti soltanto che cosa è stato importante per me". Quello che è stato importante, in questo caso, è che l'opera prima fosse condivisa. "In questo senso è un'opera prima anche per me".

Il set è durato poche settimane, quasi interamente al confine fra Montenegro e Serbia, con una troupe di quindici o venti persone. "Una cosa che praticamente non esiste più nel cinema", dice lei. "Ci trovavamo spesso in mezzo a lande desolate, anche fredde e angoscianti, e da qualche parte c'era invece un senso di comunità fortissimo, tutti che lavoravano verso un fine comune". Le lingue parlate erano tante: interpreti arrivati dall'Iran e dall'Afghanistan, una troupe in gran parte serba, persone dal Pakistan, e alcuni ragazzi di un centro migranti vicino al set che hanno preso parte al film. Alcuni di loro quella rotta l'hanno percorsa davvero.

Sorcinelli precisa: "Per me la primissima cosa era che tutti si sentissero a proprio agio, perché sul set c'erano persone che quell'esperienza l'hanno fatta". E aggiunge: "Si dice sempre che sui film si diventa una piccola famiglia. Questa volta l'ho sentito davvero. C'era il desiderio, anche tecnicamente, di fare quell'inquadratura nel modo più bello possibile".

Bello l'aneddoto che De Angelis racconta, riguarda una dottoressa. Sul set ce n'era una che l'aiutava nelle scene in cui il suo personaggio medica i piedi e le mani dei migranti e ne verifica le condizioni di salute. "Non parlava una parola d'inglese, parlava solo serbo. Io il serbo non lo parlo. E facevamo conversazioni lunghissime, mezz'ora, quaranta minuti, a volte un'ora. Lei parlava in serbo e io rispondevo in italiano. Sono conversazioni documentate, perché era una cosa straordinaria. A un certo punto ho capito che la capivo". Accanto a loro, una segretaria di edizione serba confermava di volta in volta che sì, era esattamente quello che l'altra aveva detto. "Mi ha messo nell'ordine di idee che esista un linguaggio umano universale. Quando abbiamo voglia di capirci e di ascoltarci, non ci sono barriere che ce lo impediscano. Stava succedendo qualcosa di metafisico dentro quel set. È una delle esperienze più belle della mia vita".