Il 23 gennaio 1960 il Batiscafo Trieste, con a bordo l’oceanografo Jacques Piccard e l’ufficiale Don Walsh, s’immergeva al largo dell’isola di Guam (Oceano Pacifico) nel punto più profondo della crosta terrestre, anche detto Abisso Challenger. Era la prima volta che un sommergibile toccava i fondali marini a 10.916 metri di profondità.

Un record storico, inaudito per il tempo, considerato anche lo stato di avanzamento tecnologico dell’industria mercantile. Un’impresa solitaria che vide protagoniste varie imprese italiane: il Trieste fu progettato e assemblato tra il capoluogo friulano, la vicina Monfalcone, le acciaierie di Terni e i cantieri navali di Castellammare di Stabia.

Ideato e supervisionato dal fisico svizzero Auguste Piccard, fu sovvenzionato dall’imprenditore triestino Diego de Henriquez, fautore poi anche del Civico Museo della Guerra per la Pace, aperto in città dal 2014, quarant'anni dopo la sua morte.

Massimiliano Finazzer Flory. Foto di Margherita Bagnara
Massimiliano Finazzer Flory. Foto di Margherita Bagnara
Massimiliano Finazzer Flory. Foto di Margherita Bagnara

Il drammaturgo e regista Massimiliano Finazzer Flory ha tolto la polvere a questo evento leggendario scrivendo e dirigendo il documentario Operazione Batiscafo Trieste, commissionato dal Comune di Trieste e prodotto da Movie&Theatre Film con RAI Cinema e Armundia. Il film girerà l’Italia in sale selezionate, prima di una proiezione all’Istituto Italiano di Cultura di New York del 30 marzo cui seguirà, il giorno successivo, quella all’Ambasciata d’Italia di Washington.

Finazzer Flory: perché fare oggi un film su Auguste Piccard, Jacques Piccard e Diego de Henriquez?

"Erano visionari: volevano passare dalla competizione alla cooperazione, desideravano creare un museo di guerra per la pace. Non è una contraddizione. Si può parlare di guerra per la pace; capirono che mostrando i mezzi bellici potevano incoraggiare il dialogo tra i popoli”.

Come sei arrivato a questa storia?

“Quando il Comune di Trieste ha deciso di ricostruire il batiscafo in scala uguale all’originale – conservato ora a Washington – per risarcire il debito della città con Diego de Henriquez, ho visto il film. Tra fonti storiche e testimonianze dirette, sono riuscito a far parlare i figli di Piccaed e Walsh, che raccontano le imprese dei padri”.

Nei doc precedenti eri regista, sceneggiatore, voce narrante e attore. Qui elimini il corpo: rimane l’occhio e la voce.

“Il corpo del batiscafo e il mare sono persino troppo. Non volevo aggiungermi alla mole del mare: mi sarei sentito ingombrante. Volevo stare a pelo d’acqua, abitare quelle immagini in superficie, solo con la mia voce”.

Tra gli intervistati, Antonio Ferrara a un certo punto dice: “quella del batiscafo Trieste è una storia profondamente italiana”.

“Ho riunificato Nord e Sud, orrendamente separati da anni di campanilismi e stupidità. Nel febbraio del 1960, lessero il successo di questo progetto come il trionfo dell’America. Eravamo in piena Guerra Fredda, gli americani acquistarono il batiscafo dopo il record di immersione nell’Oceano. Poco dopo sarebbero arrivati sulla Luna. Ma la creazione del sommergibile è tutta italiana; unisce industrie di Monfalcone, Trieste, Terni, Castellammare di Stabia e Napoli”.

Operazione Batiscafo Trieste
Operazione Batiscafo Trieste
Operazione Batiscafo Trieste

Nel film traspare, infatti, la nostalgia per un tempo in cui la nostra industria nazionale non era ancora stata svenduta.

"La cultura del lavoro unificava l'Italia. Il mestiere cantieristico si tramandava di padre in figlio. Era l’artigianato che si faceva impresa: un tempo in cui le maestranze erano totalmente italiane. Certo che c’è nostalgia: quell’industria oggi non c’è più. La Fincantieri è composta oggi da lavoratori del Bangladesh. Non ho nulla contro di loro, ma si è perso il senso della tradizione, della storia, della perizia che trasmette un sapere”.

Perché abbiamo dimenticato, allora, quest’impresa?

“Quella fu un’epoca di collusioni, si veniva fuori dalla guerra e tutti volevano uscirne limpidi. Molti erano rimasti invischiati in quel periodo. L’oblio era la miglior soluzione. Diego de Henriquez era un problema, riaccendeva i riflettori sullo sterminio degli ebrei e i massacri delle foibe. Trieste, inoltre, era ancora un territorio libero, una zona di frontiera non facilmente collocabile”.

Operazione Batiscafo Trieste
Operazione Batiscafo Trieste
Operazione Batiscafo Trieste

Proprio la sua morte di rimane uno dei tanti intrighi irrisolti del nostro Novecento.

“Una scomparsa misteriosa: con lui furono eliminate gran parte delle sue carte, dei suoi progetti. Nella Risiera di San Sabba aveva documentato le atrocità dei nazisti durante la guerra. Nel dopoguerra De Henriquez si incaricò di portare avanti il progetto del batiscafo. Poi di allestire il Civico Museo della Guerra per la Pace. Ora, finalmente, l'assessore al turismo di Trieste Giorgio Rossi ha deciso di aprire uno squarcio su questa vicenda”.

In fondo questo film celebra audacia, visionarietà e sfrontatezza di persone diverse che si unirono per una missione di umanità.

“Con una battuta si potrebbe dire: meglio gli uomini che gli Stati. I Piccard e Diego de Henriquez operarono in una città non ancora italiana, sotto controllo americano. Furono, cioè, dei neutralisti che si recarono in un territorio libero per costruire pace. La pace non la si inventa, la si scopre. Non c’è in natura, la rintracci nella vita dell’uomo. Questo film è un viaggio, il mio primo film sul mare che, da sempre, è metafora dell’ignoto, della libertà, dell’inconoscibile, dell’eterno ritorno, dell’odissea”.

Questo doc, però, ha anche un’anima ambientalista.

“Con l’immersione del batiscafo, Piccard dimostra che c’è ossigeno nei fondali sottomarini: battendosi contro la possibilità di riversarci rifiuti tossici, ha scongiurato una catastrofe ambientale. Oggi quel mezzo subacqueo è un’opera d’arte”.

Da Marinetti a Michelstaedter a de Henriquez, l’impressione è che tu faccia film per riabilitare italiani colpevolmente dimenticati.

“Il cinema non è mai fine a sé stesso, non finisce di fronte allo schermo. Quello schermo ci riguarda, è uno specchio che ci restituisce cose deformate. Nel tempo mi sono specializzato in biografie, anche a teatro ne ho interpretate parecchie”.

E questa come la definiresti?

“La biografia di un'opera d’arte su cui passano gli uomini e la storia del Novecento. Mi interessano biografie scomode e marginali, ma che ci riguardano e ci possono ispirare per i loro valori”.

Che cosa significa, allora, fare cinema per Finazzer Flory?

“La mia alleata al cinema è la poesia: lì c’è la vita e l’amore. Tenere in questo film la voce dell’amministratore delegato che si è emozionato realizzando il batiscafo è la mia poesia. Trovo speranza nella poesia e nella bellezza. I fatti sono fatti, ma con la poesia possiamo renderli emozionali”.

Oggi che si scatenano guerre aggirando qualsiasi diplomazia, oggi che il Mediterraneo è diventato un cimitero subacqueo, che cosa direbbero Piccard e Walsh?

“Auguste Piccard conosceva Jules Verne; la loro libertà e umanità derivavano da un'altra cultura. Molti scienziati oggi non hanno conoscenze letterarie, sono tecnici dipendenti di un’industria che sta altrove. Auguste Piccard non dipendeva da alcuna industria altrove. Oggi un personaggio come de Henriquez non potrebbe esistere. Non rispondeva a nessun interesse di parte, non aveva alle spalle nessun gruppo di potere: si è confrontato con chiunque, ha attraversato il bene e il male di un’epoca, ha dialogato con tutti per costruire la pace”.