Said e Khaled vivono a Nablus, in Cisgiordania. Sono due amici, ma sono soprattutto due attentatori reclutati da un gruppo terroristico per compiere un attacco a Tel Aviv con delle cinture esplosive. È il 2005 (poco dopo gli attacchi alle torri gemelle di New York da parte di Al Qaeda) e il regista palestinese Hany Abu Assad nel suo Paradise Now prova a raccontare cosa succede in Medio Oriente, nella sua terra d’origine, entrando nella testa di due ragazzi cresciuti in Cisgiordania che diventano dei terroristi. Abu Assad racconta le ultime 27 ore prima dell’attentato e i dubbi che si impadroniscono di uno dei due attentatori.

Il film – che ha vinto i Golden Globe come miglior film straniero ed è stato nominato all’Oscar nella stessa categoria – è stato molto criticato a causa del tema di cui si occupa, ma è stato anche il primo film a essere candidato ai Golden Globe e agli Oscar come film presentato dalla “Palestina”, uno stato che non è formalmente riconosciuto dalla comunità internazionale.

Non ci era riuscito nel 2002 uno dei più importanti registi palestinesi, Elia Suleiman, con il suo Intervento divino (che tuttavia vinse il premio della giuria al festival di Cannes). Il film di Suleiman infatti non fu accettato dall’Academy, perché “la Palestina non è una nazione” (è quello che affermò il comitato selezionatore). Nel 2006 Paradise Now fu candidato con la dicitura di “Palestina”, mostrando un certo coraggio da parte dell’Academy verso una produzione cinematografica che è sempre stata particolarmente prolifica.

Paradise Now
Paradise Now

Paradise Now

(Webphoto)

Nella prefazione del libro di Hamid Dabashi, Dreams of a Nation. On Palestinian cinema, nel 2004 l’intellettuale palestinese Edward Said scriveva che c’è un rapporto profondamente problematico tra i palestinesi e l’arte visuale”, e che il cinema serviva ai palestinesi per uscire dall’invisibilità: “L’intera storia della battaglia dei palestinesi ha a che fare con il desiderio di essere visibili”. Per i palestinesi, il cinema è stato anche un modo per rompere gli stereotipi dei mezzi di informazione, che li rappresentano sempre con la kefiah, che tirano pietre, violenti, terroristi, pronti a fare un attentato.

Il cinema è stato per i palestinesi un modo di elaborare una loro identità e una loro memoria, nonostante la dispersione della diaspora, di superare in parte il trauma della perdita delle loro case, dell’esodo forzato (la Nakba), testimoniare e trasmettere la loro memoria. Così spesso al centro dei film palestinesi c’è proprio un ritorno: di qualcuno che vive all’estero, in esilio, qualcuno che torna a casa, oppure le storie di famiglie divise e spezzate dal conflitto che rispecchiano la storia del conflitto o infine l’impossibilità di muoversi per via dell’urbanistica stessa degli insediamenti e dei numerosi controlli quotidiani e checkpoint.

Il conflitto israelopalestinese non è cominciato il 7 ottobre, quando il gruppo islamista palestinese Hamas ha ucciso più di mille israeliani e ha preso 150 persone in ostaggio in quello che è considerato un prima e un dopo nella storia del conflitto e che ha determinato una reazione immediata da parte di Israele, che ha condotto prima un attacco aereo, poi un’operazione militare di terra contro Hamas nella Striscia di Gaza, in cui sono stati uccisi finora almeno 22mila palestinesi. Il conflitto dura da 76 anni, così può essere utile rivolgersi al cinema, per uscire dalla paralisi che provoca la visione delle immagini tragiche che arrivano in questi ultimi mesi da Israele e dalla Striscia di Gaza.

Il tempo che ci rimane
Il tempo che ci rimane

Il tempo che ci rimane

(Paradise Now)

Il tempo che rimane di Elia Suleiman, per esempio, racconta in quattro episodi la storia del conflitto a partire proprio dal 1948, dalla prima guerra arabo-israeliana. Suleiman, che è interpreta se stesso nel film, torna a Nazareth dopo molti anni (molti film palestinesi prendono avvio proprio da un ritorno) e racconta la storia della sua famiglia. Il nonno di Suleiman è il sindaco di Nazareth nel ‘48 e firma la resa della città, mentre il padre di Suleiman, Fuad, fa parte della resistenza palestinese. L’uomo è arrestato e sottoposto a una finta esecuzione, ma poi viene rilasciato. Negli anni successivi si ritira dalla lotta e sceglie una vita tutto sommato appartata. Elia, il figlio, è costretto a lasciare il paese negli anni ottanta, ma poi torna quando la madre è molto malata, ormai vedova, e ricoverata in una casa di cura.

Nel film il protagonista, interpretato dallo stesso regista, non pronuncia nemmeno una parola. Sembra che il regista voglia reagire alla violenza con l’ironia, le gag surreali, il registro della commedia e un silenzio ebete, quasi provocatorio. Alla fine del film il protagonista scalcava il muro che gli israeliani hanno innalzato per segregare i palestinesi, un muro che è stato il protagonista assoluto, simbolico e reale di molti film sul conflitto.

Un altro film storico è Bab el shams ( La porta del sole, 2004) di Yousry Nasrallah, ispirato al romanzo dello scrittore libanese di origine palestinese Elias Khoury. Il film racconta in 278 minuti di pellicola cinquant’anni di guerra a partire dal 1948 con la prospettiva epica di un gruppo di rifugiati palestinesi costretti a lasciare la Galilea per essere sfollati in un campo profughi in Libano: una prospettiva che fa capire perché la questione palestinese è così cruciale in tutto il Medio Oriente. La pellicola, tra l’altro è stata restaurata l’anno scorso e proiettata al festival di Locarno e al MedFilm Festival di Roma. Soprattutto nei film degli ultimi anni, uno dei protagonisti assoluti è il muro che separa in alcune aree Israele dai territori occupati e i checkpoint che i palestinesi sono costretti a superare per muoversi.

200 metri
200 metri

200 metri

200 metri (2020) è un film del regista palestinese Ameen Nayfeh e racconta proprio le quotidiane sofferenze di una famiglia di Tulkarem, divisa dal muro. Mustafa e Salwa sono una coppia con tre figli, ma vivono in due case separate distanti duecento metri l’una dall’altra e divise dalla barriera israeliana, perché Mustafa è palestinese e gli è scaduto il permesso per trasferirsi in Israele, mentre la moglie e i figli hanno la cittadinanza israeliana. Riescono a vedersi solo quando ottengono il permesso per oltrepassare il muro, si video-chiamano, la notte Mustafa accende delle luci sul balcone nella sua casa nei territori occupati, per augurare la buonanotte ai figli, ma a un certo punto l’uomo riceve la notizia che il figlio è stato investito da una macchina e che è ricoverato in ospedale, va subito al checkpoint, ma non gli permettono di passare. Quindi s’imbarca in un viaggio disperato con un trafficante che deve pagare profumatamente e con una fotografa tedesca e due giovani palestinesi.

Un po’ road movie, un po’ storia familiare, il film ha il pregio di rimanere molto vicino alla realtà, mostrandone la complessità. Gli israeliani non sono persone, sono i soldati che s’incontrano ai checkpoint, nemico da odiare e temere, finché il protagonista non capisce che la fotografa tedesca che viaggia con loro in realtà ha origini israeliane e sarà proprio lei a portarli in salvo oltre il checkpoint.