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Nasce la Sala Mario Verdone @KAREN DI PAOLA
Nel cuore del complesso di Via Aurelia 796 di Roma, dove ha sede la Fondazione Ente dello Spettacolo, la sala di proiezione cinematografica si chiama da ieri Sala Mario Verdone. Un’intitolazione che intende riportare nel cuore della sala – luogo fisico, comunitario – l’idea di un cinema da leggere, non soltanto da consumare. A fare da cornice, l’inaugurazione del nuovo impianto di proiezione digitalizzato e, a seguire, la proiezione di Io, loro e Lara di Carlo Verdone (2009), dedicato al padre, morto durante le riprese.


Mons. Giuseppe Baturi, @KAREN DI PAOLA
Ad aprire la serata è stato Mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, ringraziando la famiglia Verdone e parlando di un progetto «lungamente pensato»: «Questo momento segna l’urgenza, la bellezza di riprendere un discorso sul cinema da parte nostra», ha detto, ricordando come la Chiesa abbia sempre avuto «cura verso le espressioni più autentiche dell’animo dell’uomo». E la figura di Mario Verdone, “critico” prima ancora che storico e docente, gli è servita per fissare un punto che ha attraversato tutta la cerimonia: l’educazione alla bellezza e alla ragione critica. «C’è un’educazione a percepire ciò che è bello. L’idea di critica è quella di usare la ragione dell’uomo, liberandolo dall’emotività o dal soggettivismo del “mi piace, non mi piace”».


Mons. Davide Milani, @KAREN DI PAOLA
Su questa linea si è innestato l’intervento di Mons. Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, che è partito dalla parola-chiave: inaugurare. «Inaugurare viene dal latino: prendere auspici», ha ricordato, spiegando che non è solo “tagliare un nastro”, ma interpretare segni e dire: possiamo cominciare. Per Milani, Mario Verdone è stato proprio questo: «per decenni un augure del cinema italiano, un uomo che sapeva leggere le immagini in movimento cercandovi un senso che andasse oltre la tecnica, oltre la trama, oltre persino l’estetica». Milani ha poi ricostruito con precisione il legame tra Verdone e La Rivista del Cinematografo: «Ha scritto per noi dal 1947 al 1967», vent’anni che hanno coinciso con un tempo di «fermento e innovazione»; e ha ricordato il profilo del “critico viaggiatore” – quello stesso titolo che Luca Verdone ha dato al suo documentario sul padre – capace di attraversare festival e cinematografie allora “periferiche”, fino a un’attenzione «sorprendente per l’epoca» verso il cinema per ragazzi, convinto che la settima arte dovesse «entrare addirittura nelle scuole». E soprattutto, una postura: la fede «non come pregiudizio», ma come posizione di vita che permette di riconoscere nell’immagine «qualcosa di profondamente umano».


Massimo Porfiri, @KAREN DI PAOLA
Il passaggio dalla memoria al presente è arrivato anche attraverso il lavoro di digitalizzazione. Massimo Porfiri, amministratore delegato di TV2000 e presidente di Impresat, ha ricordato l’origine dell’iniziativa: «Abbiamo colto più di un anno e mezzo fa questo stimolo che veniva dalla segreteria generale della CEI, digitalizzare questa sala per metterla al servizio di tutte le realtà che fanno capo a questo comprensorio». E ha aggiunto una nota personale nel riconoscere un legame umano con la famiglia Verdone: «Mi emoziona molto questa dedica a Mario Verdone, perché mi lega alla famiglia Verdone la comune crescita nella fede».


Federico Pontiggia, @karen di paola
Poi la parola è passata a Federico Pontiggia, critico de La Rivista del Cinematografo, che ha offerto il tratto più vivo del personaggio: «Il rischio è riconsegnare alla storia creature angelicate. Mario Verdone non era così, era anche un critico affilato». E ha scelto di far parlare Verdone con un inciso tagliente, ancora attualissimo: «Pessimi attori possono creare pessimi spettatori». Da lì, Pontiggia ha allargato la riflessione sul mestiere critico: non parcellizzato, non specialistico in senso stretto, ma “decathlon” culturale. E, citando Orio Caldiron su La cultura del film: lo storico (e il critico) è «obbligato a misurarsi in dieci prove diverse, costretto a restare aperto a tutti i problemi che concernono la realtà, e cioè anche l’industria e il consumo culturale».


Luca Verdone, @KAREN DI PAOLA
Quindi, il ricordo nitido dei figli. Luca Verdone, visibilmente commosso, ha legato l’intitolazione a un ricordo d’infanzia che è già un metodo educativo: «Questo riconoscimento mi tocca profondamente nel cuore», ha detto, rievocando quando, a 10-11 anni, il padre lo portava alla Cittadella Cristiana di Assisi e gli affidava un compito dopo la proiezione: «Scrivi una paginetta su quello che hai visto: voglio vedere che cosa hai capito di questo film». Da quell’esperienza, ha raccontato, è nato «un amore per il cinema sempre più largo» e un imperativo rimasto centrale: «il cinema come interpretazione della società nel contesto della società».


Carlo Verdone, @KAREN DI PAOLA
Carlo Verdone a sua volta ha sottolineato l’importanza di una trasmissione e di una eredità così seria: «Nostro padre è stato un grande padre, un grande educatore, un grande storico del cinema». Durante la cerimonia ha ricostruito l’educazione al cinema come esperienza quotidiana, quasi “militante”: il dono decisivo fu una tessera del Filmstudio, vera palestra di sguardo: «Per me era una droga, cinque giorni a settimana andavo al Filmstudio». E ha raccontato come, passando dalle retrospettive - «da Fritz Lang a Bergman, da Dreyer a Billy Wilder» – sia scattato qualcosa di determinante soprattutto davanti a Fellini: «Mi colpì tanto come usava i generici parlanti, tutte le facce erano così giuste: era affascinante il lavoro della regia».
Aggiunge una nota più intima, la dedica trovata in un libro del padre, «a Carlo mio che un giorno ha superato il suo babbo», e la reazione istintiva di rifiuto: «Non è vero, lui era superiore eticamente, moralmente nel rigore, nella disciplina, nel coraggio, nella curiosità».


A chiudere la serata, la proiezione di Io, loro e Lara (2009), che Carlo Verdone aveva dedicato al padre morto durante le riprese: «Avevo scelto un’altra pellicola e mi hanno detto: “ma perché non una tua?” Mi son detto: allora Io, loro e Lara, dove faccio il prete, dai, così sto in tema».
Per la cerimonia di intitolazione della sala a Mario Verdone è arrivato anche il messaggio istituzionale della sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che, impossibilitata a essere presente, ha salutato i Verdone e la Fondazione definendo l’intitolazione «un significativo gesto» per ricordare «un uomo che ha lasciato un’eredità importante». E ha legato il senso dell’omaggio al valore del luogo: «mantenere la centralità dei luoghi nei quali le persone possono ancora incontrarsi fisicamente, uno scambio umano di emozioni, esperienze, socialità», ribadendo la sala come «strumento di fruizione condivisa e veicolo della crescita critica e culturale»



