Dopo settimane di tempo incerto, alla vigilia della 79ª edizione è tornato a splendere il sole su Cannes. Pare l'auspicio che questa deliziosa torretta del cinema d'autore aspettava. La città è viva ma non frenetica. Attende con la solita placida noncuranza l'evento cinematografico più importante del pianeta dopo gli Oscar. Solo che questo dura due settimane. Eppure la trepidazione si avverte lo stesso.

I francesi vogliono partire col piede giusto. Lo zelo è tale che il cellophane che protegge il tappeto rosso è stato rimosso con un giorno d'anticipo, per evitare di farlo all'ultimo momento. Abbastanza certi che a nessuno verrebbe mai in mente di profanare questo srotolato tempietto cremisi. Ancora poche ore e saranno rinnovati gli immutabili riti del festival, con la processione di vanità, glamour e sacri fuochi dell'arte concentrati in una decina di metri, tanti ne separano il marciapiede dall'ingresso del Palais. In un crepitante brilluccichio di evocazioni e nominazioni e flash di fotografi, luce fu di un dio profano. E l’officiante ad attendere in cima alla scalinata, quel Thierry Fremaux da poco incoronato da Neon (l’etichetta boutique americana che ha distribuito in Nord America le ultime sei palme d’Oro consecutive) come l’uomo che ha cambiato il cinema mondiale.

Thierry Fremaux (foto di Karen Di Paola)
Thierry Fremaux (foto di Karen Di Paola)
Cannes 78, Palma d'Onore a Robert De Niro (Karen Di Paola)

Un’esagerazione, chiaro, anche se Frémaux è stato certamente colui che ha saputo tenere testa a Netflix, difendendo con il Festival la centralità della sala cinematografica, cuore simbolico e industriale del sistema francese, senza però arroccarsi in una sterile nostalgia del passato. Ha intuito prima di molti altri che il mercato dell'immaginario stava cambiando forma e che nuove etichette indipendenti, più mobili, cinefile e aggressive, avrebbero potuto raccogliere l'eredità lasciata dal vecchio sistema Weinstein-Miramax. Non è un caso che Cannes abbia trovato negli ultimi anni interlocutori privilegiati proprio in Neon e in A24, due soggetti capaci di trasformare il cinema d'autore in un marchio culturale globale, mettendo in comunicazione festival, Oscar, social media e pubblico giovane.

Tutto bene dunque? Non proprio.

Persino su questo cielo luminoso si addensano nuvole che inquietano non poco la Croisette. Intanto il peso assai ridotto del cinema americano rischia di spegnere qualche riflettore sul Festival. Lo ha raccontato molto bene Le Monde. La sensazione generale è che gli studios non considerino più Cannes un passaggio imprescindibile. “Cannes a encore une grande pertinence”, assicura uno storico produttore del cinema indipendente americano come Ted Hope sulle pagine del quotidiano francese. Ma è significativo che oggi questa rilevanza vada ribadita.

Il problema, però, è ancora più profondo. E riguarda la tenuta stessa del modello francese. Dietro la vetrina scintillante del Festival si consuma uno scontro sempre più acceso sul futuro del cinema transalpino, sul sostegno pubblico e sulla sostenibilità di un modello ritenuto per anni un’eccellenza mondiale. La Francia continua a essere il Paese europeo con la rete di sale più densa, con una quota di mercato nazionale altissima e con una struttura pubblica, il Centre national du cinéma et de l'image animée, ancora capace di sostenere produzione, distribuzione ed esercizio. Ma qualche crepa inizia a vedersi.

Il 2025 non è stato un buon anno. Le sale francesi hanno registrato 156,8 milioni di ingressi, ben lontani dai circa 213 milioni del 2019, ultimo anno prima della pandemia. Il numero di film prodotti è diminuito e il settore indipendente mostra fragilità crescenti. Persino il CNC appare oggi sotto assedio. La destra del Rassemblement National ha apertamente attaccato il sistema degli aiuti pubblici, arrivando a proporre la soppressione del CNC nel dibattito sul bilancio 2026. Una provocazione forse, che però rompe un tabù mettendo in discussione per la prima volta un modello che sembrava intoccabile, quasi un’estensione naturale dell'identità repubblicana.

Nous vivons un moment de grand danger pour le cinéma”, ha dichiarato al Figaro il presidente del CNC Gaëtan Bruel. “Parliamo di una filiera industriale, con rischi di perdita di posti di lavoro, delocalizzazioni e perdita di sovranità sui nostri racconti e immaginari”. Non è soltanto un allarme economico. È il timore che la Francia perda il controllo del proprio ecosistema culturale proprio nel momento in cui il consumo audiovisivo si sposta verso piattaforme gratuite, social network e contenuti sempre più standardizzati.

In questo tornante tormentato il rapporto con le nuove generazioni è forse l’aspetto più delicato. Per decenni il cinema francese ha potuto contare su un’abitudine culturale fortissima alla sala, alimentata dalla scuola, dalla cinefilia diffusa, dai festival, dai cineclub, dalla presenza capillare dei cinema nei territori. Ma oggi quel pubblico si sta trasformando radicalmente. I più giovani preferiscono le piattaforme, i social network, i contenuti gratuiti. Guardano immagini continuamente, ma in modo frammentato, intermittente. E se non rifiutano necessariamente la sala, al pari dei loro coetanei europei sembrano viverla come esperienza eccezionale più che come abitudine regolare.

Un’evoluzione che sbatte al cinema francese tutta la sua fragilità. Perché il suo modello si è storicamente fondato non tanto sul film-evento, quanto sulla qualità media elevata dell’offerta. Su un cinema “alto” ma diffuso, sostenuto da una buona varietà di generi, autori e produzioni. Un sistema capace di far vivere le sale durante tutto l’anno, senza dipendere esclusivamente da pochi titoli-monstre.

Il mercato globale oggi sembra andare nella direzione opposta. Il theatrical viene trainato soprattutto da pochi titoli eccezionali, che funzionano da sostituitivi dei vecchi blockbuster e sono sostenuti da dinamiche psicosociali nuove come il FOMO. Il diavolo veste Prada 2. Michael e, prossimamente, The Odyssey di Christopher Nolan. Sono questi i titoli che riescono ancora a mobilitare gli spettatori e a imporre la sala come luogo irrinunciabile dell’esperienza cinematografica.

La Vénus électrique © Guy Ferrandis
La Vénus électrique © Guy Ferrandis

La Vénus électrique © Guy Ferrandis

Per quanto la Francia possa difendere una certa idea di cinema e la qualità diffusa della propria produzione, difficilmente potrà competere su quel terreno specifico. Non ha quella potenza spettacolare, di marketing e di comunicazione.

Di fronte a questo scenario, Cannes prova a rassicurare i francesi. 69 i titoli nazionali o coprodotti dalla Francia presenti nelle varie sezioni. È una risposta politica prima che artistica. Cannes si sta trasformando sempre più nella grande vetrina difensiva dell'eccezione francese. Lo fa rafforzando il Marché du Film, sostenendo le nuove forme immersive, valorizzando il cinema internazionale d'autore e consolidando l'alleanza con distributori indipendenti come Neon, che trasformano la legittimazione del festival in prestigio e candidature agli Oscar.

Forse non è un caso che ad aprire questa 79ª edizione sia La Vénus Électrique di Pierre Salvadori, elegante commedia romantica burlesca ambientata nella Parigi del 1928, interpretata da Pio Marmaï, Anaïs Demoustier, Gilles Lellouche, Vimala Pons, Gustave Kervern e Madeleine Baudot. Un film che già nel titolo sembra dire molto dello stato attuale del cinema francese, della sua bellezza ancora luminosa, ancora magnetica, ma attraversata da una corrente nervosa, instabile, imprevedibile. Una proposta che sembra rimarcare un desiderio di celebrazione quasi colpevole, colto in fallo di frustrazione da presente, di disperazione da futuro. Davanti al paesaggio fluido del cinema 3.0, il plotone di fuoco del Festival potrebbe non essere sufficiente a dissipare le paure.
I giochi, stavolta, sembrano davvero aperti.