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Nicolas Maupas in Alla Festa della Rivoluzione
Inutile nasconderlo: Alla Festa della Rivoluzione, in sala dal 16 aprile con 01 Distribution, è uno dei film del momento. E i motivi non sono prettamente cinematografici. Dopo il debutto alla Festa del Cinema di Roma, l’opera prima di Arnaldo Catinari, direttore della fotografia di grande esperienza (da Chiedimi se sono felice a Il caimano passando per Come te nessuno mai e Vallanzasca), è stata presentata alla Camera dei Deputati da Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, che l’ha definita “di grande valore istituzionale e storico”. L’argomento è insidioso: l’Impresa di Fiume guidata da Gabriele D’Annunzio, che per Mollicone, citando Renzo De Felice, fu “un laboratorio estetico e non omologabile di libertà e innovazione”.
In apparenza, qualcosa di molto funzionale al discorso sull’identità nazionale caro alla destra governativa. Comunque, Alla Festa del Rivoluzione ha ricevuto 2.887.092,12 euro di tax credit e 800.000,00 euro di contributi selettivi (il budget complessivo è 8.300.389,85 euro: i dati li trovate qui). Apriti cielo, considerando le polemiche legate al mancato finanziamento di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo: il film su Fiume sì e il documentario sul ricercatore italiano trucidato dagli egiziani no (lo stesso Mollicone ha detto che “meritava di essere finanziato”)?
In realtà è difficile sostenere che Alla Festa del Rivoluzione sia un film “schierato”. Certo, è stato tirato per la giacchetta. E per la camicia. “Qualcuno ha detto che, quando abbiamo presentato il film alla Camera, indossavo la camicia nera come omaggio. Mi ha profondamente offeso” rivela Catinari. “Si parlava di me senza conoscermi, sono stato aggredito in maniera incomprensibile. Una polemica sterile e faziosa. Mi ha ferito, sono solo un uomo libero che vuole raccontare storie. Non vorrei si arrivasse a una censura al contrario”.


Arnaldo Catinari e Riccardo Scamarcio sul set di Alla Festa della Rivoluzione
(Mattia Comuzzi)Gli fa eco la produttrice Federica Lucisano: “A film finito, abbiamo ricevuto metà di quello che avevamo richiesto. Ci sono delle distorsioni, serve un reference system. Sono favorevole a individuare dei criteri per rendere ammissibile un film. E non sono contraria a negare che si debba raccontare l’identità nazionale: film su grandi personalità della nostra storia che abbiano anche un appeal per il pubblico. Ma considerate che anche Il Nibbio, il bel film su Nicola Calipari, non ha ricevuto i contributi selettivi. E a noi hanno bocciato Pirandello – Il gigante innamorato di Costanza Quatriglio”. E Paolo Del Brocco, che coproduce con Rai Cinema, aggiunge: “Sono polemiche in alcuni casi un po’ stupide. Il film non c’entra niente in questo minestrone, è stato tirato in ballo solo perché racconta quel fatto storico. Ma Rai Cinema deve raccontare tutto, anche le storie più scomode, e continuerà a farlo”.
Già, il film. All’origine di Alla Festa della Rivoluzione c’è il saggio omonimo di Claudia Salaris, lettura che ha folgorato il regista (anche sceneggiatore insieme a Silvio Muccino: Catinari fu il direttore della fotografia del suo esordio alla regia, Parlami d’amore) e ha fatto da punto di partenza per una spy story sullo sfondo dell’utopia dannunziana, con una donna in cerca di vendetta, un medico disertore segnato dalla vita e il capo dei servizi segreti. Dice Catinari: “D’Annunzio è stato il primo leader moderno, ha regalato un sogno ai reduci di guerra e ai giovani, un nuovo ideale di vita. Il tema dell’uomo forte è ancora attuale, ma D’Annunzio vendeva la possibilità di cambiare mondo e di rifondare l’immagine di se stessi attraverso la cultura”.


Valentina Romani e Maurizio Lombardi in Alla Festa della Rivoluzione
(Mattia Comuzzi)A dar vita al Poeta Guerriero è Maurizio Lombardi: “È tanta roba, è ‘uno, nessuno e centomila’, uno di quei personaggi che solo con il nome fanno il cinquanta per cento del lavoro attoriale. D’Annunzio conosce il potere costruttivo delle parole, è un pifferaio magico, un gigante del palcoscenico, un uomo profondamente libero, politico e non partitico. Di solito si ha paura dell’overacting: io no, perché ha a che fare con l’epica”.
Valentina Romani è Beatrice, una spia al servizio della Russia arrivata a Fiume per proteggere il Vate. “Un personaggio stratificato che trasforma l’odio in vendetta. Ma la parte più affascinante è la sua evoluzione: in un momento di grande caos, è piena di crepe che ospitano una luce nuova, quella dei sentimenti e dell’amore”. Nicolas Maupas è Giulio, medico disertore ora vicino agli anarchici: “Ho fatto un lavoro sulle ferite e sulle cicatrici del personaggio: nonostante un passato devastante, ha ancora una scintilla di speranza. Si lascia affascinare senza farsi contaminare”. Il ruolo dell’antagonista, Pietro, invece, spetta a Riccardo Scamarcio: “Non giudico le sue scelte ma abito la sua tridimensionalità. A muoverlo è il desiderio di rivalsa sociale contro l’aristocrazia e i ricchi, che esercita attraverso la violenza. In fondo è la leva che poi fu usata dal fascismo e oggi dal populismo per incitare il popolo. Un pericolo attuale”.



