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Zustissia - Foto Francesca Ardau
Quasi trentatré anni. Quasi dodicimila giorni di una vita sottratta, murata viva all’interno della più incomprensibile e prolungata stortura giudiziaria della nostra storia repubblicana. È da questa vertigine temporale ed emotiva che prende le mosse Zustìssia, l'opera prima di Francesco Piras tratta dal libro Io sono innocente, scritto a quattro mani da Mauro Trogu e da Beniamino Zuncheddu.
Siamo nel 1991. Un triplice omicidio consumato tra le alture aspre e silenziose di Sinnai, nel Sud Sardegna, si risolve con una fretta che ha i contorni dell'incubo: tre gradi di giudizio in un solo anno per chiudere la pratica e condannare all’ergastolo un innocente, Beniamino Zuncheddu.
Piras, che porta sullo schermo la sceneggiatura di Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, tenta di destreggiarsi tra l'anima dell'inchiesta pura e quella del dramma umano, ricostruendo il buio di questa ingiustizia per poi spostare il baricentro narrativo venticinque anni più avanti.
È qui che entra in scena la figura salvifica e testarda di Mauro Trogu (Michele Riondino), giovane avvocato che decide di prendere in carico il caso pro bono. Ed è qui che il film trova il suo respiro più autentico: non tanto nella meccanica del legal thriller puro, ma nell’alleanza umana, nella disperata ricerca di una verità sepolta sotto decenni di omertà istituzionale e sciatteria investigativa.


Zustissia - Foto Francesca Ardau
Come spesso accade quando la materia del reale scotta così tanto, il rischio è quello di farsi fagocitare dall'urgenza della cronaca. Piras dimostra di saper guardare ai paesaggi della sua terra non come a semplici cartoline, ma come a veri e propri stati d'animo. I monti sardi, da cui Zuncheddu viene strappato e a cui anela per tutta la vita, sono il controcampo muto e maestoso della cella. Tuttavia, Zustìssia a tratti fatica a smarcarsi da una certa rigidità televisiva nell'esposizione dei fatti. La necessità di spiegare allo spettatore i complessi passaggi della revisione del processo (culminata con l'assoluzione del 26 gennaio 2024) appesantisce in alcuni momenti il ritmo cinematografico, rendendo la scrittura qua e là un po' didascalica.
A colmare queste fisiologiche fragilità strutturali ci pensano però le due ottime interpretazioni principali, che sorreggono e nobilitano l'intero impianto emotivo.
Fabrizio Ferracane riesce a restituire ottimamente la dolente sottrazione di Zuncheddu, con quegli sguardi abbassati di chi ha perso la speranza e i solchi di un viso che diventa mappa del dolore. Dall'altra parte, Riondino incarna la fiera ostinazione dell’avvocato Trogu, mosso da un'urgenza etica prima ancora che professionale. La chimica tra i due, impastata su una crescente e incrollabile fiducia, è il vero motore del film, il cuore pulsante di un’amicizia che trascende le sbarre e sfida il tempo.
Un esordio al lungometraggio, questo di Piras, che sceglie la via impervia e sempre lodevole del cinema d’impegno civile, riportando alla luce il calvario di un uomo vittima di un errore che definire tale appare quasi un eufemismo. Un uomo che, peraltro, ancora attende di essere risarcito dallo Stato.



