Wall.E

I maghi della Pixar fanno di nuovo centro: equilibrio perfetto di modernità e sofisticata leggerezza con il piccolo robot spazzino

16 Ottobre 2008
Wall.E
Una scena di
Wall•E

Silenzio, parla il cinema. Essenziale, magico, semplicemente Pixar. Che con Wall•E corre un unico rischio: superare se stessa, ovvero l’eccellenza del linguaggio d’animazione. Dopo il viaggio nella Parigi culinaria, i geni della lampada cambiano rotta e si spingono sulla radicalità delle immagini: il nono lavoro della factory californiana è – di fatto – un blockbuster muto. Sorprendente ossimoro che, scardinando le regole del mainstream, ha già conquistato critica e popolo in madrepatria. Il ritorno alla regia di Andrew Stanton, uscito in Usa il 27 giugno, ha totalizzato 215 milioni di dollari in meno di due mesi, piazzandosi al sesto posto tra i migliori incassi Pixar (il primo resta Nemo).
Equilibrio di modernità estrema e sofisticata leggerezza, la tenera vicenda del robottino Wall•E è una sinfonia di giustapposizione tra bellezza visiva e sonora, perché, a differenza della scarsità verbale, i “rumori” nel film sono molti e densi di significato, complice la straordinaria colonna sonora di Thomas Newman.
Nell’anno 2700, Wall•E (acronimo di Waste Allocation Load Lifter Earth-class, in altre parole “spazzino”) è l’unico e inspiegabile sopravvissuto all’esodo dalla Terra dell’intera umanità, relegata invece in un fluttuante interspazio, dove galleggia obesa e mentalmente regredita. Unico modo per rientrare sul pianeta verde è un germoglio, che però sembra introvabile sulla Terra, sterile e ridotta a fantasmagorico condensato di ecoballe. Di queste si occupa il piccolo eroe di ferraglie, raccogli-immondizia, perseverante nel suo lavoro e allietato nella quotidianità dalla sola compagnia di uno scarafaggio e del VHS di Hello, Dolly! da cui apprende la gioia della danza e del corteggiamento. L’approdo terrestre di EVE (alias Extra-terrestrial Vegetation Evaluator), robot “femmina”, sconvolge l’esitenza di Wall•E, novello Will “Legend” Smith ma di costui assai più docile. Le due macchine non verbalizzano ma gradualmente riescono a comunicare alla perfezione, dando vita ad un’inverosimile e alquanto dolcissima storia d’amore. Finché la piantina in germoglio che Wall•E offre in dono ad EVE non scatena eventi inattesi e direttamente legati al destino dell’umanità. La vicenda si eleva negli spazi siderali, l’ironia assume ritmi più dinamici ed evidenti diventano i temi di emergenza su cui la Pixar decide di puntare il dito in questo suo nuovo capolavoro, ossia il rispetto dell’uomo verso se stesso e dunque verso l’ambiente circostante. E nessuna indulgenza è riservata a chi trascura il richiamo: testimone è l’invalidante obesità in cui versano gli umani (americani in primis, ma non solo…), fonte di ilarità ma denuncia di un processo di grave portata sociologica. La salvezza è un chiaro ritorno alle origini avvalorato dalla saggezza del senno di poi. A fronte della penuria di parole, emerge l’abbondanza di metafore, tutte sublimi e stratificate e che portano Wall•E non solo nella rosa dei migliori prodotti Pixar, ma tra i più apprezzabili esempi di animazione degli ultimi anni: una prodigiosa espressione di momenti audio-visivi, arricchita da nobili citazioni della cine-fantascienza (2001: Odissea nello spazio, E.T., Blade Runner, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Metropolis) magnificamente restituite.

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