Volevo nascondermi

Lontano dalle paludi del biopic laccato, vicino nel profondo al “fuori squadro” Ligabue. Il talento animale di Germano per un grande Diritti, in concorso a Berlino 2020

21 Febbraio 2020
4/5
Volevo nascondermi
Volevo nascondermi - Foto Chico De Luigi

Rifugge da qualsiasi logica di accomodante biopic, il nuovo (a tratti) sorprendente film di Giorgio Diritti. Portare sullo schermo la vita e le opere di un uomo/artista come Ligabue (1899-1965), del resto, non poteva tradursi in una semplice operazione narrativo-agiografica, in un film laccato che tentasse di ingabbiare qualcosa di così difficilmente catalogabile.

Volevo nascondermi, titolo già di per sé bellissimo e predittivo, è piuttosto un film che alle velleità di qualsiasi sguardo indagatore antepone lo stupore di uno sguardo fanciullo, puro nell’accezione olmiana del termine.

Figlio di un’emigrante italiana, abbandonato e affidato a una coppia di anziani, Toni viene poi respinto in Italia dalla Svizzera dove ha trascorso un’infanzia e un’adolescenza difficili, vive per anni in una capanna sul fiume senza mai cedere alla solitudine, al freddo e alla fame. L’incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati è l’occasione per riavvicinarsi alla pittura, è l’inizio di un riscatto in cui sente che l’arte è l’unico tramite per costruire la sua identità, la vera possibilità di farsi riconoscere e amare dal mondo.

Sembra davvero, ancora una volta in un film di Diritti, già allievo del maestro bergamasco, di ritrovarsi immersi in superfici care al cinema di Ermanno Olmi, con divagazioni felliniane e rimandi a contesti, colori dei fratelli Taviani, tutti elementi che accolgono, che provano a contenere la dirompenza ferina di un Elio Germano diversamente straripante, dal talento mai così cristallino e animale.

Volevo nascondermi – Foto Chico De Luigi

Inseguire le imprevedibili traiettorie del Germano/Ligabue diventa allora esercizio impossibile e affascinante, Diritti sfrutta a meraviglia il grandioso lavoro con le luci del direttore della fotografia Matteo Cocco, “libera” nel tempo e nello spazio l’infanzia-adolescenza-prima maturità del suo protagonista, tra gli gelidi inverni di una Svizzera inospitale e l’umidità di una capanna sulle rive del Po.

Non c’è bisogno di cartelli, didascalie, sottolineature marchiane, l’emarginato, “matto da manicomio”, “rachitico”, iracondo Toni Ligabue tiene su di sé il macigno di un’esistenza vessata dalla cattiveria altrui epperò tendente all’autoaffermazione di sé, sempre in cerca di un amore capace di tirarlo fuori dal suo nascondiglio, quello di un uomo che attraverso l’osservazione degli animali, maniacale, ossessiva, tanto da ripeterne poi movenze e suoni, ne restituì su tela la magica essenza, l’esplosione colorata di una natura che quasi usciva dal perimetro dei suoi lavori.

“È tutto fuori squadro”, gli dice l’amico Mozzali riferito ad uno dei suoi tanti ritratti animali.
Fuori squadro, già, Ligabue. L’artista che lasciò in dote alla collettività, con la propria opera, il dono della sua diversità.

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