PHOTO
Chiara Mastroianni e Melvil Poupaud in Un peu avant minuit
“Non fare quella faccia da cane bastonato, l’ho capito subito che avevi bisogno di una conversazione esistenziale” dice, esasperata dopo una notte rocambolesca, Tina a Léo, un uomo con cui qualche anno prima ha avuto un flirt poco appropriato, giacché lui era giornalista rampante di una testata molto vivace e lei una delle tante stagiste che i maschi della redazione – soprannominata “l’Orda” – trattavano senza farsi troppi problemi su temi quali il consenso altrui o l’opportunità delle relazioni gerarchicamente squilibrate.
Quel momento storico, diciamo i primi anni del terzo millennio, viene rievocato nella serie creata da uno dei vecchi colleghi di Léo, sul cui set il protagonista ritrova proprio Tina, diventata costumista. A quarantanove anni, la considera ancora l’amore perduto, “la grande occasione mancata” per dirla come Raffaele La Capria, e dunque non trova niente di meglio da fare che pedinarla fino a casa. Peccato che, verso sera, i due vengano fermati dalla polizia, che presidia le strade dopo l’adozione delle misure legate all’articolo 16, quello che prevede poteri eccezionali al Presidente della Repubblica in caso di grave minaccia nazionale.


Melvil Poupaud e Golshifteh Farahani in Un peu avant minuit
La Francia che inquadra Un peu avant minuit, infatti, è quella segnata dai sempre più gravi rigurgiti neofascisti e dalle tensioni con i gruppi di sinistra, un Paese diviso tra l’urgenza attivista dei più giovani e il disincanto un po’ disorientato della generazione di Léo. Il contesto sociopolitico è fondamentale per capire il panorama emotivo del protagonista. Che, caricato sulla camionetta insieme ad altre persone, si ritrova di fronte a Tina: lei è spaesata e forse infastidita, lui la fissa come se credesse davvero all’idea che sia l’unica donna che ha davvero amato.
All’alba, quando i due camminano verso casa, lei gli muove un’accusa – o forse semplicemente esprime un parere – che è spietata nella sua precisione: perché voi maschi cinquantenni concepite l’amore solo in funzione nostalgica? È il cuore della questione: perché questa generazione che si è divertita senza farsi troppe domande, che ha acquisito presto delle buone rendite di posizione, che diffida dei più giovani, che prova a distaccarsi da una realtà che non comprende, non riesce a immaginare un’ipotesi di futuro? Perché i vecchi colleghi di Léo sono incastrati nel passato, chi monetizzando sulla nostalgia con serie televisive patinate, chi affrontando le accuse sugli errori compiuti anni prima (“Per voi di sinistra il Me Too è come la patrimoniale: va bene finché non vi riguarda”), chi tornando alle origini dell’identità religiosa, chi morendo?


Melvil Poupaud in Un peu avant minuit
Un peu avant minuit, in Concorso a Venezia 83, conferma la sontuosa intelligenza di Nicolas Pariser, autore che ancora una volta sa inquadrare il discorso sentimentale all’interno del contesto politico e sociale, raccontando non tanto la crisi del modello maschile quanto l’angoscia provata dai maschi di mezz’età nel non essere più al centro dei meccanismi. Léo, d’altronde, trascorre quasi tutto il film a subire le contestazioni, le critiche, perfino le umiliazioni delle donne che incontra nella settimana precedente a un suo viaggio in Italia, dove deve recarsi per sbrigare le pratiche ereditarie dopo la morte del padre assente (nome e cognome sono un programma: Daniele Dominici, perché la morte è ancora la prima notte di quiete).
Cresciuto con la mamma ormai defunta, una donna talentuosa che ha messo da parte le ambizioni per badare al figlio, con cui è stata in perenne ma fertile conflitto, Léo (Melvil Poupaud, unico corpo attoriale possibile per un ruolo del genere, con tutti i fantasmi rohmeriani che si porta dietro) si ritrova a fare i conti con la storia ormai al capolinea con una concertista; a consolidare un legame con la figlia diciannovenne dedita all’attivismo antifascista (Clara Pacini); a conoscere meglio la moglie di un amico alla ricerca di nuovi stimoli (Léonie Simaga), a pranzare con una sua ex stagista diventata la segretaria del Partito Socialista il cui slogan (“custodire la casa”) rileva l’inettitudine progressista di fronte ai cambiamenti (Anaïs Demoustier, non a caso già magnifica protagonista di Alice e il Sindaco); a prepararsi psicologicamente al viaggio in Italia dove conosce la sorella ritrovata e scopre pezzi di vita mai vissuta (Chiara Mastroianni).


Anaïs Demoustier in Un peu avant minuit
Più che i frammenti di un discorso amoroso, Un peu avant minuit trova la chiave nel titolo, centrato sia nel definire il sentimento angosciato di una nazione prima della notte della democrazia sia nel trasmettere quel momento della giornata in cui ci si ritrova con la mente infestata dai fantasmi del passato, dall’incomprensione del presente, dalla paura per il giorno dopo. Pariser ha la capacità analitica e la lucidità emotiva di descrivere una divertente autocommiserazione del maschio senza rinunciare a provare una certa compassione verso quest’uomo che ha tutta la buona volontà nel rimediare ai danni pur non disponendo degli strumenti più adeguati.
Dopo una prima parte quasi teatrale, fatta di piani sequenza abbastanza lunghi dove l’azione è data dalle chiacchiere e dalle camminate, il film trova un suo ritmo interiore nel modulare il tourbillon de la vie, ora immalinconito ora incupito dalle luci che accarezzano il cuore in inverno (fotografia di Julia Mingo), tra la commedia morale e il riflusso intimista, passando con fluidità dai tormenti che allagano gli occhi di Léo (le lacrime per e con Tina) alle smorfie irresistibili con cui le donne liquidano le sue paturnie (clamorosa la smorfia con cui Mastroianni ridimensiona Poupad dopo che le ha detto di aver passato tutta la settimana a riflettere sulla sua vita sentimentale). E, mentre i maschi interrogano le donne per comprendere se stessi, ecco che quelle stesse donne, giovani e consapevoli, prendono in mano la situazione.



