Il primo incontro non è davvero il primo, ma è come se lo fosse: Leo, rimasto fuori casa e in mutande dopo un appuntamento finito male, bussa alla porta del suo vicino, Clive, affinché possa contattare un’amica che ha il doppione delle chiavi. Si conoscono, tra di loro c’è solo un muro, o perlomeno sanno chi sono: non sono amici e, pur abitando l’uno accanto all’altro da tanti anni, non hanno mai coltivato un rapporto di buon vicinato. D’altronde non è che il loro quartiere sembri proprio accogliente, considerando che c’è una dirimpettaia che fa da sentinella, un po’ per vocazione a farsi i fatti altrui e un po’ come se pensasse di abitare in trincea. Non ha torto, in fondo: quella strada è un campo di battaglia, un …..., un distillato della Gran Bretagna contemporanea.

È il punto di partenza di Tip Toe (letteralmente “in punta di piedi”), la nuova miniserie di Russell T Davies, lo showrunner che ha rinnovato Doctor Who e creato serie come Queer as Folk e It’s a Sin. La storia, in realtà, non parte esattamente da quell’incontro improvviso ma dagli eventi che accadono dieci giorni dopo, con un tono radicalmente diverso, meno bizzarro e più funesto. Che monta costantemente, lungo cinque puntate che procedono a colpi di flashforward e cliffhanger intermedi, inquadrando le tensioni nazionali in una narrazione che è in tutto e per tutto un apologo tragico.

Leo (Alan Cumming, strepitoso non solo perché non fa un santino ma anche per la consapevolezza di tutto il peso emotivo e il valore politico dell’operazione) gestisce un locale queer in Canal Street a Manchester (lo stesso quartiere di Queer as Folk, più di vent’anni dopo), è reduce da una lunga storia d’amore e circondato da una comunità solidale (con i dovuti scarti generazionali nella visione dei rapporti). Clive (David Morrissey, eccellente per dosaggio e misura di un personaggio a rischio monolitico) è un elettricista alle prese con un matrimonio infelice e due figli che non conosce: il maggiore è un aitante venticinquenne con un profilo segreto su Onlyfans dove condivide video di autoerotismo e non solo, il minore è un liceale che sta cercando di capire la propria identità sessuale.

L’evidente ma silente disprezzo di Clive è palese sin da quando Leo chiede aiuto in mutande, un approccio che vive come un attacco personale, il sintomo di una degenerazione culturale che mette in pericolo la serenità della brava gente inglese. Ma è chiaro che c’è dell’altro: presentandosi in mutande dopo una nottata trascorsa con un uomo trovato su un’app di dating, quel vicino gay sta minacciando la sua virilità. Ed è anche un imprenditore benestante: quando, per sdebitarsi del favore, Leo gli offre un lavoro, Clive lo accetta con un misto di rancore e ipocrisia. È lì che quel disprezzo esplode: Clive, un conservatore nazionalista, populista, euroscettico (è pro Brexit), maschilista e omofobo, vede in Leo la causa di tutti i mali di una società che convergono nei disastri della sua famiglia.

Può sembrare tutto un po’ programmatico e magari anche vagamente retorico, e qualche passaggio lungo il percorso sembra forzare la mano, ma Russell T Davies ha l’intelligenza di non ridurre i personaggi a funzioni e le vicende a espedienti. D’altronde parliamo dell’autore di Years and Years, un romanzo familiare pieno di umorismo e ferocia che raccontava le ansie contemporanee proiettandosi in un futuro distopico (quindici anni dopo il 2019). Davies passa dalla fantascienza sociale all’incapsulamento del presente in un dramma implacabile che porta a galla il peggio dell’Inghilterra e non rinuncia a una superficie da commedia cupa, dove si sentono l’ombra nera di Trump, l’avanzata delle ultradestre europee, i movimenti incel. Finale agghiacciante. Su HBO Max (in origine su Channel 4, un’emittente generalista).