PHOTO
© 2025 Lucasfilm Ltd™. All Rights Reserved.
È un po’ conservatore, magari perfino reazionario e probabilmente fuori dalla storia, storcere il naso di fronte all’espansione dell’universo narrativo di Star Wars: il creatore ha venduto la proprietà intellettuale, l’acquirente ne fa ciò che vuole. È l’industria, bellezza, lo sfruttamento del franchise non deve scandalizzare. E però sentiamo sempre un brivido di malinconica quando una saga che ha fondato il proprio mito sull’eccezionalità – sul piano delle uscite come pure delle ambizioni mitopoietiche e dell’impatto culturale – diventa così normale, inesorabilmente marvelizzata.
Il sintomo di questo corso post-George Lucas non è tanto nei film, che a loro modo mantengono un certo grado di unicità al netto degli esiti (la terza trilogia, l’avvio antologico Rogue One, lo spin-off Solo), quanto nelle serie. Che per statuto sono fatte da appuntamenti periodici – al netto delle logiche di distribuzione streaming – e da narrazioni espanse se non dilatate: i prodotti del “nuovo canone” sono quindici serie o miniserie, sia live action che animate, più sette cortometraggi.


La più fortunata è sicuramente The Mandalorian, tre stagioni ambientate cinque anni dopo Il ritorno dello Jedi e venticinque prima de Il risveglio della Forza, incentrate su Din Djarin, un cacciatore di taglie che opera oltre i confini della Nuova Repubblica. The Mandalorian and Grogu è il sequel di quelle tre stagioni: un’operazione tipica nella televisione americana, quella di seguire le vicende di un personaggio seriale in un film più compatto e “straordinario”.
Ambientato dopo la caduta dell’Impero Galattico, il film segue Djarin e il suo apprendista Grogu reclutati dalla Nuova Repubblica per salvare Rotta the Hutt, il figlio di Jabba, mentre i signori della guerra sono ancora sparsi per la galassia e tramano nell’ombra. Diretto dall’ideatore della serie Jon Favreau (che l’ha anche scritto con Dave Filoni e Noah Kloor), nonché già figura chiave del Marvel Cinematic Universe, The Mandalorian and Grogu capitalizza al massimo Grogu, il Baby Yoda entrato nei cuori del pubblico nonostante non sia tra i personaggi più presenti della serie. Grogu ha la funzione di rivendicare e rinverdire l’eredità “artigianale” della saga (è un pupazzo creato principalmente con gli animatroni e i burattini, poi perfezionato con la CGI) ma anche di dialogare con il pubblico dei più piccoli (pensiamo anche agli irresistibili Anzellani, i piccoli meccanici che hanno un ruolo determinato nella storia).


Il film, infatti, tutto in gloria di questo bambino buffo e tenero a cui non serve la parola per comunicare, è un’avventura galattica che non dimentica di accompagnare il racconto di formazione di Baby Yoda, messo di fronte all’eventualità che il suo papà possa morire da un momento all’altro. Se, da una parte, Djarin gli insegna a guidare e a riparare la navicella, gli ricorda di mettersi sempre la cintura di sicurezza e lo protegge da tutte le avversità, dall’altra c’è Grogu che, in un passaggio abbastanza toccante, si prende cura di suo padre con una dedizione eroica e struggente. Un coming of age parallelo a quello di Rotta, altro figlio smarrito in cerca di un posto nel mondo.
Ora, siamo sicuri che la tenerezza salverà l’umanità e che un personaggio come Grogu sia l’antidoto a tutti i mali del mondo, ma The Mandalorian and Grogu è poco più di un prevedibile fanservice, un divertente intrattenimento per famiglie che non si prende troppo sul serio ma anche superfluo e poco avvincente, un lussuoso tv movie (il budget segna comunque 165 milioni) o, chissà, un lungo episodio interlocutorio che fa da ponte tra terza e quarta stagione o verso un secondo film, che conferma la speculazione di un franchise lontano dalle sue sortite più interessanti e affascinanti. Ah, tra le voci originali di Jeremy Allen White (Rotta) e addirittura di Martin Scorsese, c’è anche Sigourney Weaver che non sa bene cosa fare.
