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The Long Walk© 2025 Lionsgate
Quando nel 1979 Stephen King, sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, pubblica The Long Walk, la guerra del Vietnam è finita da pochi anni, ma i suoi fantasmi hanno appena iniziato a riversarsi sulle strade d’America. C’è una lunga parabola di sangue che unisce quel conflitto a molte delle guerre che gli Stati Uniti avrebbero poi combattuto in giro per il mondo: un movimento circolare alimentato dalla retorica manichea, dalla spettacolarizzazione della forza, dalla militarizzazione del paese, dal rito oscenamente propiziatorio di giovani soldati mandati al massacro e del loro sangue offerto in sacrificio a un dio vorace e irascibile. Pegno sacrificale della nazione eletta.


Fanatismo, autoritarismo, culto della forza, spettacolarizzazione della violenza, ma anche cameratismo, umanità e sacrificio sono gli ingredienti della versione cinematografica del romanzo, diretta con mano sicura da uno specialista di mondi coercitivi e umanità in rovina come Francis Lawrence. Un film che rievoca in parte i paesaggi svuotati e l’etica del martirio di Io sono leggenda, così come la tensione tra spettacolo e desolazione di lavori distopici come Hunger Games, dove però il rapporto tra violenza e intrattenimento è più articolato e declinato in una chiave apertamente pop. The Long Walk, al contrario, è asciutto nella confezione e nella traiettoria narrativa.
Se dovesse condensarsi in un motto, sarebbe “Walk or Die”, quasi un’eco di March or Die, il Marcia o crepa di Dick Richards del 1977, in cui Gene Hackman interpretava un maggiore traumatizzato dalla Grande guerra, incaricato di proteggere una spedizione archeologica durante la guerra del Rif. Anche qui c’è un Maggiore, un Mark Hamill forse fin troppo caricaturale, che si atteggia a padre, ma nel senso feroce di un Crono pronto a divorare le giovani generazioni americane. Siamo in un tempo imprecisato: potrebbero essere gli anni Settanta oppure un futuro regredito agli anni Settanta. L’America è uno Stato totalitario, e non è difficile cogliervi qualche risonanza contemporanea.


Cinquanta ragazzi vengono scelti per partecipare alla Long Walk, una marcia di resistenza sorvegliata dall’esercito: chi rallenta sotto la velocità minima di tre miglia orarie riceve degli avvertimenti, e al terzo viene ucciso sul posto. Tra i partecipanti, il legame più forte nasce tra Ray Garraty (Cooper Hoffman), un ragazzone empatico con “un piano”, e Peter McVries (David Jonsson), il più allegro e positivo della compagnia.
A poco a poco il film trova il suo baricentro umano proprio nell’amicizia che nasce tra i partecipanti al death game, ribaltando l’assunto sadico del meccanismo, che li vorrebbe soltanto concorrenti in lotta tra loro, oltre che per il premio finale, per la sopravvivenza stessa. Tesi e congegno sono netti, elementari, alla maniera di saghe ben più ricche e stratificate come The Purge, Hunger Games o, sul versante seriale coreano, Squid Game. Ed è anche qui che si annida uno dei limiti del film. Lawrence e il suo manipolo di bravissimi attori riescono infatti a tirare fuori da questa linea narrativa tutto il possibile in termini di tensione ed emozione, ma l’andamento finisce inevitabilmente per essere monocorde, giocato soprattutto sull’intensificazione.


Colpisce, in una produzione mainstream, la brutalità con cui viene rappresentata la logica sicaria del sistema, con esecuzioni davvero efferate e una violenza che il film restituisce sulla carne viva. Manca invece un vero approfondimento del contesto. Il film allude a un regime autoritario, a una nazione in crisi, ma non si preoccupa troppo di descriverli né di articolare un discorso più preciso sullo spettacolo della violenza. Li usa soprattutto come sfondo.
Questa essenzialità ha se non altro il pregio dell’astrazione. Lawrence immagina il romanzo di King come un war movie senza guerra, e ne mobilita fino in fondo l’immaginario. Ci sono i soldati che accompagnano e sorvegliano i ragazzi lungo il percorso. Ci sono i mezzi militari, i carrarmati, la catena di comando, un maggiore-generale che incarna il potere in forma brutale, paternalista e folle. Ci sono corpi giovani obbligati a una disciplina letale. Ci sono le collanine identificative, che evocano direttamente le dog tags militari. C’è soprattutto l’idea di una gioventù mandata avanti in una marcia che ha la forma di una selezione naturale e il senso di un bagno sacrificale.


Soprattutto, c’è il paradosso tipicamente bellico di un eroismo evocato, celebrato e spettacolarizzato, il cui vero contenuto è però l’annientamento amministrato dei giovani. In questo senso The Long Walk non racconta soltanto l’America di ieri o di oggi, ma ne mette in scena il cuore di tenebra, le pulsioni punitive, l’ossessione per la guerra civile, per la violenza intestina e purificatrice.
E al tempo stesso ne mette in scena l’autoassoluzione: il cameratismo, l’insopprimibile desiderio di fare gruppo, di sostenersi, di creare solidarietà, comunità. È un film che intenerisce per la fiducia quasi naïf nell’America e nel suo cinema, ma non lascia del tutto soddisfatti per la sua intenzione troppo scoperta, per l’assenza di vere ambiguità e per un finale frettoloso, non sostenuto a sufficienza sul piano emotivo e drammatico. Come se il film avesse sparato le sue cartucce migliori prima dell’ultimo tratto e si trascinasse fino al traguardo con poco altro da aggiungere.
