The Constant Gardener

Mereilles denuncia in Concorso le piaghe dell'Africa. In thriller e con coraggio

9 Settembre 2005
The Constant Gardener
Ralph Fiennes
e Rachel Weisz

Leggiamo, tra i tanti spaventosi dati del Rapporto sullo sviluppo umano diffuso due giorni or sono dall’apposita Agenzia delle Nazioni Unite, che 1200 bambini muoiono ogni ora, ed è l’equivalente di tre Tsunami al mese tutti i mesi. Leggiamo che il mondo ha 460 milioni di poveri in più. Leggiamo che le differenze tra questi milioni di poveri ed i ricchi, intesi come paesi e persone, sono diventate abissali. Leggiamo che siamo incamminati verso una prevedibile catastrofe. Servono altri dati per farci seriamente riflettere? Non leggiamo, ma lo sappiamo benissimo, che le dispute e le tragedie più grandi del mondo sono in Africa, ed è una dichiarazione che ha sempre l’ONU come fonte. Queste dispute e tragedie possono essere documentate sul luogo, per immagini, o prendere la forma del romanzo che tra le sue pagine denuncia con coraggio fenomeni e fatti reali, ignorati perché distanti dal nostro benessere. John Le Carré ha scelto la seconda strada scrivendo nel 2001 The Constant Gardener – Il giardiniere tenace ed il regista brasiliano Fernando Meirelles ne trae un film importante: lo spaventoso diffondersi della piaga dell’Aids, della tubercolosi e della malaria tra popoli che a mala pena posseggono soltanto la loro vita, spinge una casa farmaceutica ad intraprendere la sperimentazione di nuovi farmaci in Kenya su cavie umane, ossia i poveri delle bidonville che nulla sanno e nulla sospettano. L’ingranaggio è quello di un thriller ma il fenomeno è vero, i dati preoccupanti, il potere dell’industria e del denaro (sono in gioco profitti per miliardi di dollari a fronte di vite che valgono zero) colluso drammaticamente con quello politico, corrotto e avido. Nel film sono coinvolti un diplomatico anglosassone e la sua giovane sposa, rispettivamente i bravi Ralph Fiennes e Rachel Weisz, che scopre il marcio ove non dovrebbe e pagherà per questo con la vita, un personaggio ispirato a Yvette Pierpaoli, volontaria in Albania e morta in un incidente stradale nel 1999. Il film tiene benissimo il ritmo, è un racconto d’amore appassionante, è una denuncia serissima di abusi compiuti a tutti i livelli, che non dobbiamo sottacere e dimenticare. Nel frattempo, mentre mi si legge, un altro bambino in Africa ha chiuso gli occhi per sempre.

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