Il cinema d'alta quota ha seguito per decenni una regola fissa: mostrare la montagna come una maestosa linea di confine da far propria, una fortezza di roccia e ghiaccio da espugnare, con l’ago della bussola orientato unicamente verso l’eroismo dell’esploratore occidentale. Da Assassinio sull'Eiger di Clint Eastwood a Vertical Limit, fino al più recente Everest di Baltasar Kormákur, la narrazione ha quasi sempre celebrato l’alpinista come un uomo in lotta contro la natura.

Spesso la scalata si è trasformata in una vetrina per esibire superiorità fisica, tecnologica e politica. Con Tenzing, la regista Jennifer Peedom ribalta questa impostazione, posizionando la cinepresa dove la storia ufficiale non aveva mai davvero guardato: negli occhi dello sherpa Tenzing Norgay, liberando il racconto dai pregiudizi dell’epoca.

Gli eventi sono quelli che hanno condotto alla conquista dell’Everest il 29 maggio 1953. Il valore del film è nella sua profonda dimensione umana e spirituale. Per Tenzing, l’Everest è Chomolungma, la Sacra Dea Madre. Il suo legame con la montagna è un pellegrinaggio, un cammino rispettoso, guidato dall'insegnamento buddista che attraversa la vicenda: “Sali come un bambino sale in grembo a sua madre”.

Sostenuto dal ricordo della moglie prematuramente scomparsa, Tenzing rivendica il proprio ruolo di alpinista alla pari, affrancandosi dall'etichetta di semplice portatore. Da questo riscatto personale nasce anche la profonda fratellanza tra Tenzing e il neozelandese Edmund Hillary (Tom Hiddleston), anche lui guardato con distacco dai compagni londinesi. Entrambi si scoprono estranei rispetto alle rigide gerarchie del gruppo guidato dal colonnello John Hunt (Willem Dafoe). Insieme, troveranno nella cordata che li porterà in vetta un terreno comune fatto di stima reciproca, silenzio e fiducia assoluta.

La cima più alta della Terra non è stata "conquistata" da un Impero. È stata scalata da due uomini che, a più di 8mila metri di altitudine, hanno saputo collaborare abbattendo le barriere del loro tempo, restando estranei alle pressioni politiche che volevano trasformare l'impresa in un regalo per l'incoronazione della Regina Elisabetta II.

Jennifer Peedom ha spesso documentato le complesse dinamiche umane e geopolitiche che regolano l'Himalaya. Tenzing approfondisce temi già esplorati in passato. In Sherpa, la macchina da presa aveva catturato il dolore e le proteste dei lavoratori locali dopo la tragedia legata al Ghiacciao del Khumbu (sempre sull’Everest), svelando le ombre del turismo estremo. In Mountain aveva mostrato come i luoghi sacri fossero stati ridotti a “parchi giochi”. Qui la regia unisce questi spunti in una ricostruzione biografica dal forte impatto visivo e civile.

In un periodo in cui titoli come 14 vette: scalate al limite del possibile o The Summit K2 hanno iniziato a riscrivere le cronache alpinistiche, con Tenzing Jennifer Peedom restituisce voce e dignità a chi, per quasi un secolo, è rimasto ai margini. E ci ricorda che le vette più alte non si conquistano con l'arroganza, ma si raggiungono con l'umiltà e la collaborazione. Ad arrivare in cima all’Everest non è stato un uomo al servizio (segreto o non) di Sua Maestà, ma un nepalese con un neozelandese. In un’ascesa epica che sfiora il trascendente.