Si fa presto a dire futuro, e per quale strada, con quale passo, da quale prospettiva? Un viaggio, a non voler imbroccare il Paradiso di Grignani, ha senso solo se non a ritroso, ma avanzando, che è poi l’uno-due di una opzione politica memore e illuminata. Sicché a farsi carico della parte più apertamente politica del documentario è un attore & attivista, Elio Germano, cui tocca – dice il regista Francesco Cordio – “leggere i dati, contestualizzare le storie nei numeri, tradurre in linguaggio accessibile la complessità delle politiche per le aree interne”.

E, appunto, tracciare la via, indicare una direzione, prospettare una collettività in marcia: evocato da animazioni e caratteri tipografici in stile, è Ritorno al futuro, il classico di Robert Zemeckis del 1985, a ispirare con “un gioco di parole che è anche un manifesto” il titolo del doc, Ritorno al tratturo, “non una nostalgia, ma un’operazione sul presente”.

Ma cos’è il tratturo? Ce lo spiega il Virgilio del doc, il ricercatore territorialista Filippo Tantillo, autore de L’Italia vuota (Laterza, 2023): “Dove l’Abruzzo incontra il Molise, il cammino del tratturo ormai abbandonato si distende e percorre lungo un tratto di terra privo di alberi, una striscia di demanio pubblico di 110 metri di larghezza tra la statale e la linea di costa. Un luogo dismesso, dove sono visibili le tracce di un intenso sfruttamento e di un successivo abbandono, oggi dalla destinazione incerta, dimenticato dall’intento ordinativo della civiltà contemporanea, e ricolonizzato dal selvatico”.

E da uomini e donne resistenti, anzi, esistenti nei luoghi che “la politica chiama ‘margini’ e che noi – dice Cordio - preferiamo chiamare con il loro nome: luoghi dove si vive, si lavora, si sogna e si combatte ogni giorno”.

In anteprima al Bif&st, nella sezione “Per il cinema italiano” - Fuori concorso, nelle sale dal prossimo 29 aprile, Ritorno al tratturo contempla, tra gli altri, il romano Valerio che pasce un gregge di capre tra le montagne di Frosolone e produce formaggio artigianale in condizioni clandestine - niente acqua corrente, niente bagno – e lottando contro la burocrazia; Federica, che ha ereditato il ristorante di famiglia dalla mamma, scomparsa all'improvviso, facendone con passione e tenacia un presidio sociale oltre che un'attività commerciale; i giovani che hanno aperto una libreria in un paese spopolato; i partecipanti al Cammina Molise, pedibus calcantibus recupera territori e connessioni.

Dinnanzi allo spopolamento, alla distrazione dei fondi comunitari, alla mancanza dei servizi primari, l’unione fa la forza o, almeno, un ritratto polifonico, persino sinfonico: “Ce vonno i sordati pe' fa' la guerra”, dice Valerio, e nessuno si salva da solo. Ma quella mostrata e instradata dal doc è una comunità in potenza, in fieri: “Questi personaggi che non si sono mai incontrati ma che parlano come se si conoscessero, è il cuore emotivo del film”.

Che non si propone solo di delineare, meglio, distinguere un altro mondo possibile, ma di fare controinformazione per immagini e immaginario: l’ottica dal basso, affratellata e nostrale cozza, s’arruffa, dialettizza con quella ufficiale, pulita, oleografica della Regione Molise travasata nello spot per il G7 Agricultura. Non tra il Bene e il Male, non esageriamo, ma è l’eterna lotta tra essere e apparire, vivere e pretendere.