L’idea che Josh O’Connor possa interpretare un cowboy del Colorado in Rebuilding potrebbe suscitare un sospetto di miscasting, eppure l’attore britannico non è solo uno dei migliori della sua generazione ma anche colui che si rivelò al mondo grazie al ruolo dell’allevatore di pecore di La terra di Dio, la bella opera prima di Francis Lee. C’è la disciplina della terra nel passaporto emotivo di questo attore anche qui trova uno spazio di manovra del tutto autonomo, così come già fece con personaggi molto diversi, dal malizioso tennista di Challengers al laconico ladro di The Mastermind. Anche qui O’Connor, ben consapevole di come può essere percepito in un contesto del genere, resta fedele a se stesso, portando in scena un’altra variante del sad boy, cioè il maschio fragile, malinconico e introspettivo (comunque capace di sedurre chissà quanto inconsapevolmente con il sorriso triste e lo sguardo da cane bastonato), alle prese con qualcosa di profondamente dolente.

Come in La terra di Dio, O’Connor impersona un giovane uomo che non ha scelto il proprio destino: ultimo discendente di una lunga stirpe di cowboy, Dusty vive nel Colorado più rurale, un ricordo del selvaggio West incastonato in un panorama che risente dei grandi cambiamenti al di là della frontiera, dalla crisi economica ai cambiamenti climatici. Non solo: Dusty ha perso tutto, giacché un un incendio ha raso al suolo il ranch di famiglia e ha trovato una sistemazione in una comunità di roulotte insieme ad altri sopravvissuti alla stessa tragedia. Come da titolo evidentemente metaforico, Rebuilding è il ritratto di un uomo che per ricominciare deve ricostruirsi dopo essere andato in frantumi: si riavvicina all’ex moglie, alla figlioletta, ai nuovi compagni di (s)ventura. “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno” diceva qualcuno.

Rebuilding
Rebuilding

Rebuilding

(Jesse Hope)

Opera seconda di Max Walker-Silverman, Rebuilding conferma la voglia di tenerezza e il bisogno di comunità di questo regista che guarda al cinema rurale degli anni Ottanta, quello che comprende tanto ritratti incoraggianti come Tender Mercies quanto storie che affrontano le difficoltà delle famiglie di agricoltori (Country, Le stagioni del cuore). Sulla scia di Nomadland ma senza estasi paniche e con una quiete che evoca la necessità concreta di rialzarsi e riprendersi, l’affinità con i drammi agricoli del passato si riverbera nel credibile e antiretorico rapporto con la terra, nell’adesione al trauma con attitudine empatica, nella rivendicazione di una differenza naturale rispetto alla società urbana e capitalistica che non è l’emblema di un neoruralismo da case nel bosco.

Rebuilding – che in Italia esce con l’evitabile e anodino sottotitolo Come l’acqua per il fuoco – è un bluegrass per immagini che si fa forza della propria esilità, cercando una sorta di connessione tra la vita lenta e il passo dimesso. E gioca con i feticci del genere e del contesto per rileggerli in chiave contemporanea, con tutto il côté del western cosiddetto revisionista (le Montagne rocciose con i grandi spazi e i cieli immensi, ma anche i cavalli e i cappelloni) come elemento identitario e non appiglio per immaginare il film altrove. Un film piccolo e onesto, senza troppi picchi ma dolcemente distonico rispetto all’attuale America così rabbiosa e spaventosamente violenta. Nel cast anche Amy Madigan prima dell’Oscar per Weapons, nel ruolo della carismatica ex suocera di Dusty a cui si deve la battuta più emblematica del film: “Hai quello che hai”.