PHOTO
@Walt Disney Pictures
Il tempo possiede una misteriosa virtù alchemica: non cancella le ferite, ma ne smussa gli spigoli più affilati, trasformando la rabbia in ricordo e la distanza in una forma di comprensione. Nella storia della musica, il passare degli anni ha spesso guidato riavvicinamenti ritenuti impossibili, dai periodici armistizi tra Paul Simon e Art Garfunkel, alle storiche riconciliazioni tra Mick Jagger e Keith Richards, dimostrando come il rock (e forse il guadagno?) sappia ricucire anche gli strappi più laceranti.
Uno dei brani più famosi degli Oasis è Wonderwall, che inizia così: “Today is gonna be the day that they’re gonna throw it back to you” (Oggi è il giorno in cui ti daranno un’altra opportunità). È l’incipit perfetto per Oasis: Don't Look Back in Anger dei registi Dylan Southern e Will Lovelace. Presentato nella sezione Venice Open – Fuori Concorso all'83ma Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il documentario si sofferma sul tour mondiale Oasis Live '25. Al centro c'è il racconto di un riavvicinamento vissuto da una comunità globale di spettatori come una catarsi collettiva.
Occorre però riavvolgere il nastro fino al 28 agosto 2009. Sullo sfondo del festival Rock en Seine a Parigi, l'ennesima lite furibonda nel backstage sfociò nella rottura definitiva: Noel Gallagher lasciò la band dichiarando di non poter più lavorare con il fratello nemmeno per un solo giorno. Dopo sedici anni di gelo e accuse, Oasis: Don't Look Back in Anger racconta la genesi della reunion, inserendosi a pieno titolo nel filone del rockumentary contemporaneo.
Il film si pone in ideale continuità con lavori incentrati sulla complessità dei legami fraterni e band in rinascita, evocando l'intimità di Supersonic (2016) dello stesso team produttivo, la profondità del capolavoro The Beatles: Get Back di Peter Jackson o il senso di resa dei conti di Some Kind of Monster sui Metallica.
L'evocazione del concetto proustiano del “tempo ritrovato” diventa qui la chiave di lettura per comprendere il meccanismo emotivo del progetto. Per Proust la memoria non è una semplice rievocazione nostalgica, ma l'atto decisivo per strappare l'esistenza all'oblio e ricucire i frammenti di un'esperienza passata. Nel doc, le canzoni degli Oasis agiscono come potenti inneschi sensoriali. Una linea di chitarra o la flessione vocale di Liam riattivano all'istante i ricordi di una generazione. La reunion non è quindi un freddo evento commerciale, ma un autentico viaggio dove i Gallagher e il loro pubblico rievocano il passato per ritrovare intatto lo spirito della propria giovinezza.
Oasis: Don't Look Back in Anger segue l'evoluzione del rapporto tra Liam e Noel, offrendo un accesso inedito al dietro le quinte. Tra i momenti di maggiore intensità spicca la prima intervista congiunta rilasciata dai due fratelli dopo oltre quindici anni di separazione. Le immagini delle prove musicali, gli sguardi prima di salire sul palco e l'energia delle esibizioni si alternano ai filmati d'archivio che ripercorrono la loro parabola: dalle strade popolari di Manchester fino alla fama mondiale.
La traccia che dà il titolo racchiude il cuore dell'intera operazione: “But don't look back in anger, I heard you say” (“Ma non guardare indietro con rabbia, ti ho sentito dire”). Non è solo un refrain cantato da milioni di voci, ma la promessa con cui i Gallagher hanno scelto di sotterrare l'ascia di guerra.
Allo stesso modo, la natura di questa ritrovata intesa emerge tra le pieghe di Acquiesce. Il verso “Because we need each other, we believe in one another” (“Perché abbiamo bisogno l'uno dell'altro, noi crediamo l'uno nell'altro”) restituisce la natura inscindibile del loro legame. Southern e Lovelace mostrano come il talento di questa strana coppia funzioni solo in presenza di un cortocircuito reciproco: la voce sfrontata di Liam ha bisogno della scrittura nitida di Noel, e viceversa.
Infine, Live Forever sintetizza la dimensione generazionale che il documentario celebra. “Maybe I will never be all the things I wanna be, but now is not the time to cry, now's the time to find out why” (“Forse non sarò mai tutto ciò che voglio essere, ma ora non è il momento di piangere, ora è il momento di scoprirne il perché”): queste parole raccontano una tenacia che ha resistito al passare dei decenni. Oasis: Don't Look Back in Anger evita i toni dell'agiografia polverosa e si trasforma non solo in una gioia per i fan (che raccontano di come gli Oasis hanno forgiato le loro vite), ma in un inno al potere taumaturgico della musica. Travolgente nella sua anima commerciale.



