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O que arde – Verrà il fuoco
Presentato in Un Certain Regard a Cannes 2019, O que arde – Verrà il fuoco approda nelle sale italiane dopo la consacrazione internazionale del suo autore, Olivier Laxe, candidato all’Oscar per Ṣirāt. È il suo terzo lungometraggio, girato dopo Todos vós sodes capitáns, ispirato a un laboratorio cinematografico per bambini svantaggiati organizzato a Tangeri, e Mimosas, viaggio di un uomo tra le montagne del Marocco in cui Laxe crea uno dei suoi primi ṣirāṭ, una parola che sta per “cammino” e che, nell’escatologia islamica, si riferisce al ponte, sottile come un capello, che si estende sull’Inferno e sul quale i defunti dovranno passare il Giorno del Giudizio.
La via del regista a un cinema più esoterico e ascetico, radicale e spirituale tra la lucida follia di Ordet e i titani dell’opera di Werner Herzog, trova una sua prima sintesi proprio in questo film che – complice il titolo – non possiamo che definire incandescente. Ambientato sulle montagne galiziane, segue un piromane che, appena uscito di prigione, torna nella casa materna (che peraltro è quella del regista, nato a Parigi da genitori spagnoli di religione islamica ma trasferitosi da bambino proprio nella Galizia). È l’unico legame che gli resta, quello con l’anziana madre che vive ai confini del bosco con la cagnolina e le mucche, custode del creato che riaccoglie il figlio mentre la comunità locale se ne tiene lontana. Quando un nuovo incendio divampa tra gli alberi, il passato riaffiora e tutti sospettano che il responsabile sia proprio il piromane.
Per Laxe è sempre una questione di ṣirāṭ: il “passaggio” è evidentemente più simbolico, trasfigurato nelle fiamme di una vertigine incendiaria che mette alla prova le nostre certezze. Per lui, regista che non può non intendere ogni film come una preghiera, la trinità cinematografica alla quale votarsi non può che includere Andrej Tarkovskij, Robert Bresson e Abbas Kiarostami (con uno sguardo ad Apichatpong Weerasethakul). Sono riferimenti con i quali misurare la compassione nei confronti di una natura salvifica da contemplare senza sfuggire alla misteriosa sensualità di una natura, di un mondo distrutto sul piano morale e da bruciare per sovvertire l’equilibrio imposto dal capitale.
Nato come mockumentary sugli incendi boschivi che imperversano in Galizia, O que arde è diventato un film implacabile e malinconico (sensazioni espresse dalla magnifica fotografia del sodale Mauro Herce), in bilico tra etnografia militante e scandaglio psicologico, che tiene a mente la lezione del cinema del reale per riflettere sulla progressiva scomparsa della vita rurale, sulla memoria che si fa materia viva attraverso un paesaggio da ascoltare e difendere senza retorica (le musiche di Vivaldi, School e Haas puntellano il discorso), su quel che accade nel crinale tra colpa e redenzione. Cast di non professionisti con Amador Arias Mon e Benedicta Sánchez, esordiente che a 83 anni fu premiata con uno dei due Goya vinti dal film (l’altro è proprio per la fotografia).
