Dopo anni di film indipendenti che corteggiavano l’immaginario noir per poi prendere le strade del dramma esistenziale o dell’analisi sociologica, finalmente capita di imbattersi in un vero noir, che non usa il genere come pretesto o alibi e sa sposare l’ambientazione e i personaggi alla tensione dell’intreccio: quel film è Mare Mosso, ritorno dopo venti anni alla regia di Roberto Cimpanelli, qui al suo terzo film in un trentennio.

Partendo dall’omonimo romanzo scritto dallo stesso regista, il racconta la vicenda di Daniela, ex-tossica in fuga dalla vita che si rifugia nel bar in cui lavora una sua vecchia fiamma, che anche lei ha cambiato vita; ma l’ambiente criminale che gira nel sottobosco di Ostia non lascia scampo a nessuno e, come storia del cinema nero ci insegna, il passato non ci mette molto a farsi vivo nel momento peggiore possibile.

Sceneggiatore e produttore del film, oltre che regista, Cimpanelli sceglie un mondo (di mezzo, per non dire di sotto) che la narrativa audiovisiva e letteraria ha ampiamente battuto negli ultimi anni, quello di Suburra per intenderci, ma cambiandogli tono, orizzonti poetici ed estetici, guardando a Caligari, al suo umanesimo disperato, al bisogno di credere al riscatto dei suoi reietti.

Qui però non viene mai persa di vista la componente di genere, il gusto del colpo di scena, dei personaggi riconoscibili e che pure nascondono segreti, delle sorprese per rilanciare la tensione, riuscendo al tempo stesso a non dimenticarsi dei sentimenti, della caratterizzazione, della voglia dello spettatore di appassionarsi al fattore personale oltre a quello criminale.

Mare mosso è un’opera compatta e solida, sicura nel suo ritmo e nella direzione degli attori, un gruppo di giovani davvero efficaci guidati dal trio Beatrice Fiorentini, Antonio Bannò, Eduardo Scarpetta puntellati da caratteristi d’esperienza, che lavora bene sull’atmosfera grazie alle immagini di Maurizio Calvesi e alle musiche di Claudio Cimpanelli, tra jazz urbano e canzone popolare (il finale con Ogni volta di Vasco Rossi). Magari con qualche calo di ritmo soprattutto verso il finale, ma è un difetto che, dopo parecchi anni di fermo, possiamo imputare a un po’ di ruggine, e perdonare con una certa serenità.