L’ultimo inquisitore

Il ritorno di Milos Forman tra poche luci e molte ombre. Non basta il genio di Goya a renderlo film memorabile

13 Aprile 2007
L’ultimo inquisitore
Stellan Skarskard
è Francisco Goya

A sette anni da Man on the Moon, Milos Forman porta a compimento uno dei suoi progetti più antichi, che risale a quando ancora era uno studente in madrepatria: partire da un episodio inerente l’Inquisizione spagnola e ipotizzare una grande storia intrecciata alla realtà dell’allora Cecoslovacchia comunista. Gli intenti sono stati rispettati in parte, ovviamente, e quello che resta de L’ultimo inquisitore – Goya’s Ghosts – ennesima dimostrazione di quanto al regista di Amadeus e Qualcuno volò sul nido del cuculo interessino soprattutto le implicazioni individuali inscritte in particolari contesti o situazioni storiche – è poco più di una grande promessa non mantenuta. Il centro della narrazione si sposta a seconda delle discutibili esigenze che, di volta in volta, caratterizzano ognuno dei tre personaggi principali (il pittore Francisco Goya, la sua giovane musa e l’ambiguo Frate Lorenzo): così facendo, l’attenzione e l’adesione all’immagine si smarriscono, e l’equilibrio del racconto insieme a loro.   Per la recensione completa leggi il numero di maggio della Rivista del Cinematografo

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