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Mother Mary
C’è un fascino artigianale, in Mother Mary, che esplode soprattutto quando appare la cosiddetta Red Woman, un velo rosso che – senza troppe rivelazioni e con un eccesso di semplificazione – è una specie di allegoria del sangue della protagonista . È un’apparizione affascinante, un po’ disturbante e un po’ stravagante, una marionetta che fluttua nell’aria che ci ricorda quanto David Lowery prediliga la concretezza fattuale alla perfezione digitale, la macchina perturbante alla meraviglia tecnologica. Un altro pezzo di stoffa che interroga le nostre inquietudini, perché Storia di un fantasma aleggia sempre (tant’è che, a un certo punto, il titolo che viene perfino citato in un giochetto metalinguistico a disposizione dei fan e degli esegeti), così come l’autore della cinematografia, Andrew Droz Palermo.
La dimensione fattuale attraversa tutto Mother Mary, che segue l’incontro tra una popstar in crisi (Anne Hathaway) e la sua ex migliore amica diventata una stilista di grido (Michael Coel): poiché rifiuta di indossare un certo vestito che non la rappresenta, la diva chiede alla vecchia sodale – con la quale non parla da dieci anni – di cucirle addosso l’abito che più s’attaglia alla sua anima. La richiesta di una cosa concreta, un vestito che risponda a un desiderio di riconoscimento, raffigura il ribaltamento del rapporto di forza: Mother Mary, una dea abituata ad esibirsi su piattaforme sospese nel vuoto come fosse una sacerdotessa che inneggia alla folla, si presenta sfatta, struccata, trasandata al cospetto dell’unica persona che può aiutarla, ormai elegante, carismatica e minacciosa vestale di un culto che lei stessa ha contribuito a plasmare.


Anne Hathaway in Mother Mary
(Courtesy of A24)Ma il vestito – che vedremo solo nel finale, sinistramente simile all’immagine più angosciante di questo film così programmatico – non è tanto il referente simbolico di una riflessione a metà tra il feticismo e il divismo, quanto piuttosto l’approdo materiale di un percorso tortuoso che ha l’ambizione di essere un inabissamento spirituale. Perché Mother Mary – il nome d’arte non ha bisogno di spiegazioni – non si accontenta di essere solo una resa dei conti o un gioco al massacro tra due donne che hanno conti in sospeso.
No, Lowery punta (troppo) in alto, intrappolando il talento visivo in un ambizioso e confuso collage di simboli religiosi svuotati del loro significato (le stimmate, le ferite, il sangue, le madonne), allusioni musicali per ammiccare ai cultori della materia (la vita come opera d’arte di Madonna, lo staging di Beyonce, la stilizzazione di Lady Gaga, la consapevolezza politica e il tatuaggio di Taylor Swift) e derive esoteriche per strizzare l’occhio agli appassionati del genere (rituali, tagli, candele, sedute, sabba), provando a declinare la riflessione sul pop contemporaneo come performance sacrale (che cos’è un’icona pop nell’epoca in cui tutti sono iconici?) nei termini di un horror fantastico completamente al femminile.


Michaela Coel in Mother Mary
(Photo by Eric Zachanowich. Courtesy of A24)Determinanti, in questo senso, gli apporti di Jack Antonoff (non a caso producer di Swift, Sabrina Carpenter, Lorde, Lana Del Rey: dietro il suono di quest’epoca c’è anche lui), FKA Twigs (ha una piccola parte come presunta medium) e Charli XCX nella realizzazione di una manciata di canzoni originali che garantiscono un certo grado di credibilità alla popstar. E, sì, anche la confezione ha un suo senso, con la scenografa Francesca Di Mottola che costruisce due mondi evidentemente in dialogo (il palco e il retropalco da una parte, il cupo studio della stilista dall’altra), la costumista Bina Daigeler e la stilista Iris van Herpen a dare forma all’estetica di Mother Mary.
Ma il problema di questo film troppo compiaciuto per essere davvero spericolato è (anche) nello spreco di così tanti talenti creativi al servizio di uno psicodramma che vorrebbe essere visionario e sofisticato ma risulta solo confusionario, pasticciato, contorto, stonato, verboso. Una velleitaria posa intellettuale che ripudia l’ironia ma non evita il ridicolo, incapace di incaricarsi davvero di approfondire la complessità dei tanti temi squadernati (per esempio, possibile che non ci sia mai uno rispecchiamento con lo statuto divistico di Hathaway o non si riesca mai a esplorare le ferite se non come fessure per portali verso mete imprecisate benché prevedibili?), troppo serioso – beh, è pur sempre una distribuzione di A24 – per essere recuperato come curiosità kitsch.
