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Ogni decennio ha il suo film sul giornalismo; gli anni Venti hanno Il Diavolo veste Prada 2. Se il cult del 2006 fotografava l’apogeo dei media tradizionali (il potere della carta, le gerarchie redazionali, il legame con i brand) dentro una commedia che seguiva le regole del chick flick di quell’epoca (le storie al femminile tra autodeterminazione e romanticismo), questo sequel molto atteso quanto meditato inquadra i problemi del settore con un’onestà che non ci si aspetterebbe da una produzione mainstream. E questa lo è in maniera opulenta: per budget (Il Diavolo veste Prada costò circa 40 milioni di dollari, ne incassò 327 e diventò un longseller; il secondo capitolo pare si aggiri sui 150 milioni), starpower (il quartetto di protagonisti ha mantenuto, consolidato o accresciuto il proprio statuto), legacy (anche se non si tratta solo di fanservice).
Senza spoiler ma intendiamoci: in film di questo tipo la ricomposizione dell’ordine è una necessità e l’ottimismo non può che essere la regola d’ingaggio. E però Il Diavolo veste Prada 2 – ancora una volta diretto da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, autrice una storia originale che si discosta dal sequel letterario ufficiale di Lauren Weisberger – ha l’intelligenza di non cedere a una comoda nostalgia fine a se stessa (certo, le citazioni e i riferimenti sono strizzate d’occhio ai fan) ma prende di petto le problematiche del presente (la fotografia non esattamente smagliante di Florian Ballhaus).


Andy (Anne Hathaway) ha fatto carriera nel giornalismo ma viene licenziata via messaggio mentre riceve un premio, Miranda Priestly (Meryl Streep) è sempre al timone di Runway e punta a una grossa promozione. Poiché la rivista, che già vende pochissime copie cartacee e rincorre l’algoritmo creando contenuti virali sui social, viene travolta da uno scandalo, la proprietà arruola Andy per ripulire l’immagine della testata e affiancare la direttrice nella negoziazione con gli sponsor, in primis Dior ora gestita dall’ex assistente di Miranda, Emily (Emily Blunt). Ovviamente la temibile e temuta capa non accoglie con gioia la collaborazione imposta dall’alto. Tuttavia il rapporto si rivelerà sorprendente e la trasferta a Milano cambierà i destini di entrambe.
Al di là di semplificazioni sparse e soluzioni qua e là un po’ telefonate, Il Diavolo veste Prada 2 è un intrattenimento leggero ma non frivolo, giustamente patinato evitando la cannibalizzazione del lusso, interpretato con sicurezza e gusto (nel cast anche Kenneth Branagh, Simone Ashley, Justin Theroux, Lucy Liu, B.J. Novak). Soprattutto è credibile e incisivo nel raccontare la crisi di un sistema: la scomparsa degli editori puri e l’avanzata dei tecnocapitalisti, i vecchi giornalisti con contratti pesanti e quelli più giovani eternamente precari, il crollo delle vendite cartacee e la richiesta di contenuti gratuiti per il web, i tagli alle redazioni e il potere degli investitori, il mestiere sul campo contro l’intelligenza artificiale, il lusso come simbolo del divario sempre più forte tra élite e popolo.


Non a caso Andy confonde i nuovi “consulenti manageriali” per dei “becchini”, poiché a occuparsi del “servizio funebre” del giornalismo di moda non può che essere una finanza senza stile. E se Nigel (Stanley Tucci), braccio destro di Miranda, deve accontentarsi di due giorni su un anonimo set fotografico ricordando i tempi gloriosi in cui andava un mese in Africa con Richard Avedon, Miranda è costretta a rinunciare all’autista personale e a viaggiare in economy. Fare una rivista è bello, scegliere la foto migliore un piacere, rincorrere “il Sacro Graal delle interviste” esaltante. Ma, oggi, a chi è rivolto un prodotto del genere? Essere apprezzati da una nicchia basta per sopravvivere nella giungla dei nuovi media? Chi è disposto a pagare (a parte gli sponsor in cerca di autocelebrazione)?
Miranda – com’è noto, è ricalcata su Anna Wintour, che nello scorso dicembre è stata promossa a global chief content officer e artist director di Condé Nasté, la società che controlla Vogue: è lo stesso incarico a cui aspira la signora Priestly... – è chiaramente una parte del problema: una grande direttrice ma con uno stipendio probabilmente ingestibile, un’istituzione del settore ma anche una zarina dispotica, una capa autorevole ma che si comporta ai limiti dell’abuso (tant’è che le risorse umane le hanno messo accanto un’assistente che la ferma ogni volta che la dice grossa).
Eppure la Miranda di oggi non è più solo una giornalista inaccessibile e carismatica: è monumento e icona, diva e musa, protagonista di una messinscena permanente (la prima apparizione sul red carpet, le falcate, le smorfie) quasi fosse consapevole che c’è stato un film in cui Meryl Streep si è ispirata a lei (la campagna promozionale con Wintour è indicativa, dalla presenza agli Oscar alla cover di Vogue con la stessa Streep).


Una mitizzazione a cui contribuisce la stessa Andy, una narratrice (interna) tanto consapevole di essere affetta da una specie di sindrome di Stoccolma quanto grata di poter essere lì in quel preciso momento storico, critico eppure eccitante. E questo perché l’obiettivo della satira non può più essere Miranda ma il personaggio interpretato da Theroux: la sinistra caricatura di un esagitato miliardario del settore tech che ha avuto una radicale trasformazione fisica (il riferimento è Elon Musk) e, dopo il divorzio da una filantropa (come la prima moglie di Jeff Bezos), si è legato all’ambiziosa Emily (la nuova moglie di Beozs, Lauren Sánchez, è stata sulla cover digitale di Vogue, la rivista a cui si ispira Runway).
Le sorti simboliche di un intero sistema, come in un Cronisti d’assalto d’alto bordo e ai tempi del tecnocapitalismo, sono delegate alle alleanze femminili: quella tra un’anziana privilegiata piena di carisma ed esperienza e un’eterna giovane che sgobba da decenni in attesa di sistemarsi; quella tra quest’ultima e la sua sua ex collega, divorata dall’ambizione e però da comprendere; e un’altra, da non rivelare, che ci ricorda l’evidenza: nel 2026, la solidarietà di genere è un fatto.
Tema che si impone, tant’è che, rispetto al primo capitolo c’è un versante romantico molto meno incisivo e anche un po’ posticcio che non ha alcun legame con la storia principale. Perché, ci risiamo, Il Diavolo veste Prada 2 non è né una commedia romantica (filone che nel 2006 era più presente sull’onda di Sex & the City) né un film sulla moda (ci sono i vestiti, gli stilisti e le sfilate ma è tutto decorativo più che significativo), ma un omaggio al giornalismo come esercizio creativo e progetto culturale, passione divorante e lavoro collettivo, sguardo sul presente e visione del futuro. Preservare il sogno, la favola, l’utopia: una sfida permanente, una battaglia dopo l’altra.



