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E alla fine, dopo lunghissimi mesi di polemiche sul casting, sull’utilizzo di termini moderni per un adattamento di un “testo” appartenente all’antichità, insomma chi più ne ha più ne metta, è arrivato il film.
Odissea di Christopher Nolan (il quale, per la cronaca, a tutte le polemiche ha risposto etichettandole “irrilevanti”) è un’opera di magnitudo visiva impressionante, ma profondamente scissa. Un kolossal teorico che, nel tentativo di razionalizzare il mistero, finisce per mostrare i limiti intrinseci di un cinema che vuole farsi demiurgo dimenticando però di farsi custode del sacro.
La prima perplessità che solleva questa operazione risiede nella difficoltà strutturale di restituire in modo credibile l’epoca e la mitologia raccontate da Omero (o da chiunque si nasconda dietro quel nome collettivo che ha fondato la nostra letteratura). Nolan, da sempre ancorato a un rigore geometrico e a una verosimiglianza quasi scientifica, sembra trovarsi a disagio con la dimensione ancestrale e numinosa del mito.


C’è una tensione costante, diegetica e concettuale, tra le gesta degli uomini e la sfida al divino: come se Nolan osasse nuovamente sfidare il Dio Cinema (solamente una quarantina di sale in tutto il pianeta potranno proiettare il film nel formato 70mm IMAX concepito dal regista) attraverso la stessa volontà di spingersi oltre i limiti imposti dagli dèi, che era propria di Ulisse.
Nel tentativo di fuggire dal fantasy di consumo o dal peplum hollywoodiano vecchio stile, la regia impone una ricostruzione dell’Età del Bronzo che appare fin troppo igienizzata, quasi museale. Il sacro, nell'epica omerica, non è un elemento ornamentale ma la trama stessa della realtà.
Nel film, invece, gli dèi diventano quasi proiezioni psicologiche (l’Atena interpretata da Zendaya) o eventi atmosferici estremi. Questa demitizzazione razionalista finisce per depotenziare l'aura magica del racconto, lasciando lo spettatore dinanzi a una ricostruzione storica impeccabile nei costumi e nelle scenografie, ma priva di quell’odore di sangue e sacrificio che trasuda dai versi originali.
In questa inevitabile aporia da “realismo mitologico”, Nolan riesce però a regalare vette di absolute cinema (per fare il verso ad un ormai celebre meme da social) quando la narrazione si spoglia della parola per farsi puro movimento, suono e montaggio: il crescendo della sequenza del Cavallo e la conseguente presa di Troia (la mdp IMAX che si insinua nelle viscere del simulacro di legno, restituendo il respiro claustrofobico dei soldati greci, per poi esplodere in una sinfonia di fuoco e distruzione che evoca la fine di un mondo con la tragica solennità di un quadro fiammingo), lo scontro nel bosco con i giganteschi Lestrigoni, le varie tempeste in mare aperto (un’esperienza quasi fisica per lo spettatore, con le onde che diventano vere e proprie pareti d’acqua che schiacciano le imbarcazioni achee, trasformando il viaggio di Ulisse in una lotta disperata contro la natura indifferente e brutale), il passaggio tra Scilla e Cariddi, con il gorgo da un lato e la minaccia invisibile del mostro dall’altro, la discesa nell’Ade o la deriva da horror quasi concettuale nel frammento dedicato alla maga Circe (Samantha Morton, sempre notevole).


È nella dimensione del racconto (Ulisse – potremmo star qui giorni a ragionare sulla credibilità del fisico scultoreo di Matt Damon dopo una ventina d’anni di stenti e alimentazione a fiori di loto… – che con difficoltà rievoca questi fatti durante il settennato forzato sull’isola di Ogigia governata da Calipso, o Menelao che riporta a Telemaco i fatti di Troia, esaltando l’astuzia e le gesta del guerriero fedele ad Agamennone), dunque, che Odissea dà il meglio di sé.
Il vero tallone d’Achille (perdonerete l’espressione figurata che prendiamo in prestito dal “prequel” omerico…) emerge quando l'azione si sposta sul fronte interno, abbandonando il mare e le innumerevoli peripezie per la terraferma di Itaca. Tutta la linea narrativa che segue l'attesa del ritorno – di fatto il presente diegetico dell’opera – si rivela di un didascalismo disarmante, quasi una battuta d'arresto emotiva. E alcune scelte (vedi il Bardo affidato a Travis Scott per creare una sorta di legame temporale tra la tradizione orale dell’epoca e il rap dei giorni nostri…) non aiutano, tutt’altro.


Si fa fatica a scorgere quella disperazione polverosa e quella tensione sotterranea che dovrebbe caratterizzare la reggia assediata dai Proci, con la Penelope di Anne Hathaway (apoteosi di faccette) imprigionata in un ruolo che la sceneggiatura riduce a pure metafora della fedeltà e il Telemaco di Tom Holland che restituisce in maniera acerba il peso schiacciante dato dall’ombra dell’assenza di un padre ingombrante. L’Antinoo di Robert Pattinson è nulla più che una variante dei tanti personaggi “repellenti” interpretati dall’attore britannico, l’Eumeo (il fedele porcaro, servitore di Ulisse) di John Leguizamo una macchietta che, chissà perché, la sceneggiatura ha deciso di rendere cieco.
Al netto di tutto questo, si rimane di fronte ad un’opera monumentale (250 milioni di budget di produzione escluso il marketing) e controversa. La scommessa forse più affascinante – e al tempo stesso più divisiva – è quella di aver tentato la “modernizzazione” della figura di Ulisse, che a poco a poco svela una natura prossima a quella del veterano di guerra distrutto dal senso di colpa all'indomani del massacro di Troia.
Il suo viaggio di ritorno non è solo una punizione divina, ma una dolorosa auto-psicanalisi itinerante. Ulisse diventa così il profeta di un'apocalisse imminente, un uomo fuori dal tempo capace di predire la fine della civiltà umana: una catastrofe morale e sociale iniziata nell'istante esatto in cui gli uomini, accecati da un esplosivo mix di mènis e hybris sotto le mura di Ilio, hanno smesso di rispettare le leggi sacre di Zeus e dell’ospitalità.
È un monito potente, che risuona con forza nel nostro presente, ma anche qui restituito in maniera troppo programmatica e didascalica: il momento emotivamente più forte di un film che ha finito per smarrire il soffio primordiale della poesia.
