Anziché Il ritorno, potrebbe intitolarsi “la frattura”, il quinto lungometraggio di Stefano Chiantini, che conferma l’interesse del regista per i ritratti femminili, lo scavo psicologico, l’essenzialità della messinscena. Frattura in senso temporale, perché c’è un divario di dieci anni tra le due parti che compongono il film.

Nella prima (breve) c’è Teresa, madre di un bambino di due anni, che cerca di mettere insieme il pranzo con la cena ma non è molto fortunata, né sul piano lavorativo (accumula licenziamenti e incomprensioni) né su quello personale: il compagno è minacciato da un creditore violento e lei, per difendere il figlio, lo accoltella. Nella seconda (più lunga), vede il ritorno a casa, appunto, di Teresa dopo anni di carcere: il compagno la respinge, il figlio la ignora, il ricollocamento nella società è difficile. In una famiglia spezzata, che forse non esiste più almeno nel modo in cui era nata, la frattura è emotiva, le distanze sembrano incolmabili e Teresa cerca di restare in equilibrio nonostante il mondo le sia crollato addosso.

È un film laconico, Il ritorno, livido e uggioso, dove le parole si diradano, si rincorrono strade umide, riverberano i raggi di un sole freddo. È un corpo a corpo con Teresa, interpretata da una coinvolta Emma Marrone, molto brava nel sottrarre (però la cadenza romanesca stona), aderente a un discorso sulla ciclicità e sulla ripetitiva di un quotidiano sofferente che si fa trappola più formale che contenutistica.

C’è, nell’opera di Chiantini, la volontà di allinearsi al cinema d’autore europeo, mossa com’è dal desiderio di sprovincializzarsi per collocarsi all’altezza di uno sguardo più aperto e attento a istanze sovranazionali.

Il ritorno
Il ritorno

Il ritorno

In questo senso è indicativa la presenza di Fabrizio Rongione, volto davvero trasversale per l’intero continente (belga naturalizzato italiano) nonché tra i pochi a poter incarnare con la sua sola presenza una certa visione delle cose che ha a che fare con il rigore e l’umanismo dei fratelli Dardenne.

Ma Rongione non basta a misurare il respiro di un film fin troppo prevedibile, non tanto nella scrittura quanto nell’esposizione, più al servizio di un sistema di cliché che di una storia e dei suoi protagonisti. Le cose migliori sembrano irrompere come testimonianze di una realtà che soccombe al realismo: Teresa che butta il pranzo nella spazzatura o rivendica il proprio ruolo erotico, il figlio che mantiene gli occhi sul cellulare per non guardare il dolore nel volto della madre.