Forte del successo ottenuto con le serie Parks and Recreation e soprattutto la pluripremiata Master of None, quest’ultima da lui stesso ideata, nel 2022 Aziz Ansari decise di esordire alla regia cinematografica con Being Mortal, adattamento del saggio del dottor Atul Gawande sul tema del fine vita e delle cure palliative. A metà delle riprese, la lavorazione fu sospesa a causa di una denuncia contro il protagonista Bill Murray, accusato di comportamento inappropriato (cioè molestie sessuali) nei confronti di un’assistente di produzione. Vista la mala parata (distribuzione in sospeso, riprese da terminare prima o poi), Ansari cambiò progetto, mantenendo due membri del cast precedente, Seth Rogen e Keke Palmer. Nasce così Good Fortune, opera prima “non prevista” di Ansari, anche sceneggiatore, produttore e coprotagonista.

Quando – e se – vedremo Being Mortal potremmo capire quanto di quella produzione interrotta riecheggi qui, tra rimbalzi emotivi e connessioni tematiche. Di sicuro entrambi i lavori – benché uno dei due si sia arenato, c’è un testo all’origine che ci aiuta a definirne il profilo – conferiscono consistenza umoristica a qualcosa di profondamente legato a un’esperienza introspettiva, magari pure spirituale, tant’è che nell’orizzonte di Good Fortune c’è il recupero di quella commedia metafisica che ebbe tanta fortuna nel dopoguerra, tra La vita è meravigliosa e Scala al paradiso.

Keanu Reeves e Sandra Oh in Good Fortune
Keanu Reeves e Sandra Oh in Good Fortune

Keanu Reeves e Sandra Oh in Good Fortune

(© 2025 Lionsgate)

Tendenza ciclica, peraltro, quasi come se il costante ritorno a quella dimensione in bilico tra realismo e fiaba sia l’approdo naturale per una nazione sempre bisognosa di celebrare un patrimonio valoriale fatto di calore, empatia, condivisione. Figuriamoci nell’epoca in cui l’ottimismo della volontà, la fiducia nel futuro e la necessità dell’unione non sono esattamente all’ordine del giorno. In questo senso è già emblematico il contesto scelto da Ansari: una Los Angeles gentrificata e automatizzata, malinconicamente divisa tra il privilegio di chi vive in enormi smart home e la sofferenza di chi non sopravvive alla crisi abitativa.

Good Fortune – che già di per sé è un titolo che dice molto – inquadra le difficoltà di Arj (Ansari), un aspirante documentarista che si arrangia tra mille lavoretti ed è a completa disposizione del ricco e mondano Jeff (Rogen), che lo usa per qualsiasi lavoro. Quando viene licenziato perché ha usato la carta aziendale per pagare una cena romantica (con Palmer) troppo costosa nel ristorante che gli ha consigliato proprio Jeff, Arj riceve la visita di Gabriel, un angelo di seconda classe solitamente impegnato nel salvare dagli incidenti stradali le persone distratte dal cellulare (Keanu Reeves: c’è sempre un angelo nelle carriere delle star e lui, per attitudine e carisma, aspettava solo un ruolo del genere).

Seth Rogen in Good Fortune
Seth Rogen in Good Fortune

Seth Rogen in Good Fortune

(© 2025 Lionsgate)

L’intervento del pur immacolato Gabriel ha un motivo personale, giacché il desiderio dell’angelo è quello di poter “guidare un’anima” come altri suoi “colleghi” più prestigiosi: così, per aiutare il suo assistito e dimostrargli che nonostante le apparenze ricchezza e successo non risolvono davvero i problemi, scambia le vite di Arj e Jeff. Ovviamente Arj si esalta, scatenando il disappunto della supervisore di Gabriel (l’immarcescibile Sandra Oh).

Oltre a recepire la lezione del cinema metafisico della fine degli anni Quaranta, Ansari torna alle atmosfere delle commedie americane dei primi anni Ottanta, non a caso periodo determinato dal passaggio tra paranoia e edonismo, citando film come Una poltrona per due (lo scambio, con un occhio meno acido sulle storture del capitalismo) e S.O.S. Fantasmi (la dimensione da “canto di Natale” nell’era della gig economy con l’equilibrio tra realtà e soprannaturale). Ne è venuto fuori un film amabilmente discreto che non rinuncia – anzi, quasi rivendica – a rivelarsi sdolcinato fino a sfiorare la stucchevolezza, più interessato al lato umano che al discorso socio-politico tant’è che i conflitti di classe sembrano essere funzionali piuttosto che centrali. Passato al Toronto Film Festival, disponibile su Prime Video.