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The Invite - Il piacere è tutto nostro
“Bisognerebbe essere sempre innamorati… Questa è la ragione per cui non bisognerebbe mai sposarsi”.
L’esergo è affidato ad Oscar Wilde, in sottofondo ci arriva l’inconfondibile risata di Seth Rogen che flirta con Olivia Wilde. In quel “prima” (situazione questa che poi sarà svelata verso la fine, con quegli 11 isolati fatti di corsa…) va rintracciata la fiammella di un amore che forse non è più, o che le delusioni della vita hanno fiaccato.
Lui, Rogen, è Joe, musicista fallito che ora insegna controvoglia in una scuola; lei, Wilde – alla terza prova da regista – è Angela, moglie frustrata. Che tenta – forse inconsapevolmente, forse da abile stratega – l’ultima carta: invitare a cena all’insaputa del marito (che lo scopre a cose fatte) la coppia del piano di sopra, Pina e Hawk (Penélope Cruz e Edward Norton), “ufficialmente” per scusarsi dei rumori causati negli ultimi mesi con la ristrutturazione, in realtà perché in loro intravede la resistenza di una passione che per lei non è più di casa.
Nella migliore tradizione del kammerspiel, Olivia Wilde prende spunto da Sentimental di Cesc Gay (2020), già rifatto anche in Italia (Vicini di casa di Paolo Costella, 2022): l’appartamento come unità di luogo, quattro personaggi in scena, lo spazio che si rimpicciolisce per dilatare le nevrosi umane, gli ingredienti abituali per una commedia amara, claustrofobica e vagamente cinica, che può ricordare Carnage di Polanski: lì c’era da risolvere una questione legata ai figli delle due coppie protagoniste, qui la cena dovrebbe sancire la complicità e l’apertura mentale. Il pretesto narrativo è l’esplorazione del liberismo sessuale: una proposta di “condivisione” e poliamore che, anziché liberare i corpi, finisce per imprigionare le menti.


The Invite - Il piacere è tutto nostro
Da commedia degli equivoci a commedia sexy il passo è breve, ma The Invite (sul sottotitolo italiano “Il piacere è tutto nostro” inutile star qui ad aggiungere altro…) ragiona piuttosto su quel radicalchicchismo contemporaneo che confonde la fluidità dei costumi con la maturità emotiva: il sedicente liberismo sessuale di questa upper class sembra quasi un’ulteriore proprietà privata da esibire. Le incomprensioni nella vita matrimoniale non nascono dalla mancanza di comunicazione, bensì dal suo opposto: un surplus di parole intellettualizzate, un vocabolario terapeutico usato come arma contundente per non ammettere il fallimento del proprio legame.
Seth Rogen incarna qui lo smarrimento dell’uomo medio di fronte a imperativi sociali che non comprende. Naturalmente il climax coinciderà con la farsa, rispettando tutto sommato la cifra di commedia sofisticata che non sfocia mai nel dramma puro. E dopo così tante parole trova anche un bel finale silenzioso, intimo, contrappuntato dal pianoforte che suona l’immortale I'm Confessin' (That I Love You).


