Jonny (Jason Momoa) fa il poliziotto in Oklahoma, il fratellastro James (Dave Bautista) è un istruttore Navy Seals alle Hawaii. Non si parlano da anni, ma all’indomani della morte del padre (un investimento stradale apparentemente casuale…) sono costretti a riunirsi. Mentre cercano di scoprire la verità, riaffiorano segreti sepolti e la lealtà viene messa a dura prova, svelando una cospirazione che potrebbe distruggere la loro famiglia.

Su Prime Video è disponibile Fratelli demolitori (commentare la scelta del titolo italiano per l’originale The Wrecking Crew è superfluo, oddio non che Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm per l’omonimo del ’68 con Dean Martin fosse poi tanto meglio…), nuovo film diretto dal portoricano Angel Manuel Soto (Blue Beetle) che si inserisce platealmente nel solco dei buddy movie anni ’80 e ’90 (da 48 ore ad Arma letale, passando per il mitologico Tango & Cash fino alla deriva sci-fi di Men in Black).

Pur mantenendo vivida la natura comedy-action, il film va oltre la solita riproposizione degli opposti che si attraggono (Momoa ubriacone e istintivo, Bautista controllato e “metodico”) per ragionare su una sorta di “fisicità senziente”: la sceneggiatura di Jonathan Tropper non si limita a giustapporre due icone dell'action moderno, ma lavora sulle frequenze emotive di due giganti che, per una volta, non hanno paura di mostrare le crepe sotto la corazza.

L’alchimia tra i due protagonisti diventa il baricentro stesso dell’operazione: la recitazione di Bautista è (quasi) tutta in quegli sguardi carichi di stanchezza esistenziale, Momoa di contro agisce come una forza della natura fuori controllo, un’esplosione di carisma caotico che funge da perfetto contraltare alla disciplina del primo.

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La dinamica tra i due non è solo funzionale alla commedia slapstick o alle coreografie dei combattimenti; è una dialettica sul tempo perduto, sulle ferite d'infanzia che nemmeno i muscoli più allenati possono proteggere.

Il legame fraterno diventa così il filtro attraverso cui rileggere l'intero impianto action: ogni cazzotto dato è un non detto che emerge, ogni inseguimento una fuga da un passato condiviso e doloroso.

Se in Arma Letale la chimica tra Gibson e Glover poggiava sul dialogo serrato, qui Soto punta sulla fisicità comunicativa. Bautista e Momoa non hanno bisogno di troppe parole: il loro è un linguaggio fatto di collisioni.

Il film – che non è solamente un divertissement adrenalinico, perché pur rispettando i codici del genere riesce a parlare di riconciliazione con sincerità disarmante – non cerca di superare quei classici sul piano dell’ironia (che di certo non manca), ma li sfida sul piano della presenza scenica: Bautista rappresenta la stasi riflessiva e dolente, Momoa il movimento perpetuo e rabbioso. È questa polarità, gestita da Soto con un montaggio che asseconda i tempi comici della loro mole, a restituire questa sorta di operazione di “modernariato” cinematografico.

Poi, certo, potremmo star qui ore a tentare di razionalizzare tutta la questione relativa al coinvolgimento della yakuza giapponese (la presenza della star Miyavi come villain probabilmente è funzionale per arrivare anche al di là dell’oceano...), ma in fondo anche quello è un aspetto che serve a colorare il perimetro di un’azione già inscritta in un contesto – quello hawaiiano – fatto di tradizioni, folclore e ricordi. E sì, la bimbetta figlia di Bautista è Maia Kealoha, già protagonista nella recente versione live action di Lilo & Stitch. A proposito di fratellanze demolitrici…