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Confessions
Ultima ora di lezione in una comune scuola media giapponese. A una classe rumorosa e totalmente disinteressata la giovane professoressa Yuko Moriguchi (Takako Matsu) annuncia il proprio ritiro dalla cattedra. Tuttavia, prima di andarsene, darà loro un ultimo insegnamento sul valore della vita. Sua figlia Manami, che tutti pensano annegata accidentalmente, è stata uccisa e i responsabili (chiamati studente A e B) sono lì, davanti a lei. Secondo l'articolo 41 del codice penale nipponico, i minori di quattordici anni non possono essere processati: un inconveniente giuridico al quale Yuko ha deciso di rimediare con gelida lucidità.
Altro non si può dire dell'ultimo film di Tetsuya Nakashima (uscito nel 2010, ma distribuito solo adesso in Italia grazie alla Tucker Film), sia per non rovinare i colpi di scena, sia perché nel corso della vicenda altri personaggi forniranno il loro punto di vista (inclusi A e B), quasi a voler mischiare Rashomon di Akira Kurosawa con la cultura manga. Ciascuno ha i suoi traumi, ma nessuno è senza macchia, nemmeno Yuko, la cui spietatezza fa rabbrividire quasi più dei fendenti della Sposa tarantiniana o degli omicidi di Lady Vendetta.
Basandosi sul romanzo a incastro La confessione di Kanae Minato, il regista si mette al servizio della trama, puntigliosamente sceneggiata, e abbandona i deliri cromatici di Kamikaze Girls per un fotografia fredda, cristallizzata da continui ralenty. Il risultato è un thriller dal nichilismo quasi annientante, che decreta l'inadeguatezza, nonché il fallimento, di ogni istituzione educativa, famiglia inclusa.
Se l'America deve fare i conti con le continue stragi compiute dai liceali, per il Giappone la ferita aperta sono gli assassini di Kobe o Sasebo, quasi bambini e insospettabili proprio come A e B. Figli nostri, figli mostri.
Trasportato dalle note di Bach e dei Radiohead, Nakashima scivola un po' verso la fine (la cui drammaticità avrebbe richiesto maggiore asciuttezza stilistica), ma la mezzora iniziale resta nella memoria.



