C’era molta aspettativa per la nuova versione di "Cime tempestose” (Wuthering Heights), firmata da Emerald Fennell, attrice, regista e sceneggiatrice britannica, il cui esordio alla regia, Una donna promettente, con Carey Mulligan, aveva fatto sperare in una scoperta talentuosa. Anche se nel passato c’era un passo falso, la co-scrittura della serie Killing Eve, all’inizio abbastanza intrigante poi trasformata in soap al posto di un’avvincente opera di spionaggio.

Già dalla scelta degli attori si capiva quale direzione avrebbe preso l’adattamento di Fennell: Margot Robbie per una Catherine voluttuosa, e a Jacob Elordi il compito enorme di riuscire a impersonare Heathcliffe, l’eroe che ha fatto sognare, piangere milioni di lettori e spettatori. Perché Cime tempestose non solo racchiude una delle storie d'amore più tragiche e crudeli mai raccontate. Ma è considerato il grande romanzo passionale dell’Ottocento, quello che con pervicacia esplora “gli abissi del Male”, secondo la definizione che ne diede Bataille, e che ha creato forse uno dei personaggi più sadici e interessanti della letteratura di ogni tempo.

Pubblicato nel 1847, unico libro di Brontë, figlia di un pastore protestante, in molti hanno tentato di restituirne l’audacia e visionarietà, senza riuscirci. Fennell, che speravamo avrebbe dato un contributo radicale, invece segue il testo senza ispirazione, patinandolo all’estremo, riducendo l’amore maledetto di Catherine e Heathcliffe in un melodramma lussurioso in cui il desiderio carnale sostituisce la relazione “malata” tra i due innamorati e le scenografie e i costumi sono i veri protagonisti del film.

Tra Margot e Jacob, privo di qualsiasi espressione, non scocca nessuna scintilla, la loro ossessione non è mai credibile, sono belle statuine prive di alchimia. Per non parlare di Isabella, la donna (sorella del marito di Catherine) che Heathcliffe sposa per vendetta. Una delle scene più dure, pensate dalla scrittrice, è ridotta a una macchietta prossima al ridicolo.

Dopo quasi novant’anni, La voce nella tempesta, di William Wyler con Laurence Olivier, continua a essere una delle migliori trasposizioni cinematografiche. Luis Buñuel ci provò nel 1954 con Abismos de pasión, trasferendo l’ambientazione in Messico, senza però riuscire a ricreare l’attrazione ossessiva e malata tra i due protagonisti. Anche Juliette Binoche e Ralph Fiennes ebbero la loro chance, nel ’92 diretti, da Peter Kosminsky: film presto dimenticato. A parte alcune digressioni, il tentativo più interessante rimane forse quello di Andrea Arnold.

Nel film della di Fennell, orientato verso un pubblico giovane e sicuramente target di successo, manca totalmente l’immaginario dell’opera originale: dal controcanto della brughiera, paesaggio selvaggio e solitario dello Yorkshire, che funge da specchio emotivo per le passioni distruttive dei protagonisti, alla follia che li avvolge e li rende reali, non personaggi tagliati con l’accetta.

Nel finale “splatter”, la passione divorante che li lega e oltrepassa ogni vincolo terreno, è svilita dalla superficialità della scrittura e messa in scena. Cime tempestose di Brontë è un capolavoro disturbante, eterno, quasi impossibile da tradurre in immagini senza visione e talento.