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Andrea Pallaoro (regia), Luca Marinelli (attore), Alicia Vikander (attrice), Susan Sarandon (attrice)- Foto Karen Di Paola
“È il mio primo ruolo da protagonista negli ultimi dieci anni? Pensavo di essere sempre stata la protagonista della mia vita”.
Susan Sarandon è la grande protagonista di Alice nella Città, il festival diretto da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli che si svolge in parallelo e in agreement con la Festa del Cinema, dove accompagna la proiezione in anteprima nel Concorso Internazionale di The Accompanist e riceve il Womenland Award 2026 in occasione dell’inaugurazione del Fuori Sala.
Nell’opera prima di Zach Woods (Silicon Valley, The Office), targata Bim Distribuzione e dal 1° dicembre su Sky e a pagamento su tutte le piattaforme online, Emily (Everly Carganilla), nove anni, rivela all'infermiera scolastica che il nonno affetto da demenza ha attentato alla loro vita: interviene maldestramente un'assistente sociale (Aubrey Plaza), e la ragazzina viene affidata a Sylvia (Sarandon), misteriosa, divertente e imprevedibile.
“Sono un po' una strega anch'io”, conferma l’attrice: “I miei limiti, i miei confini sono alquanto porosi, permeabili. Il mio presente, il mio passato, il mio futuro, li sento, li percepisco tutti”.
L’attrice fresca ottantenne – “Mi dovreste dire che non li dimostro gli anni che ho!” – si sofferma sulle ferite che la sua Sylvia ed Emily condividono: “Le ferite sono quelle che rendono più facile creare un legame, una connessione, perché ti consentono di riconoscere nell'altra persona le battaglie, le lotte che stai combattendo”.
Il Womenland Award non è soltanto un riconoscimento alla carriera, ma anche a un modo di attraversare il cinema: con libertà, autonomia e con il coraggio di scegliere chi essere, sullo schermo e fuori dallo schermo, con la disponibilità a continuare a cambiare, qualità che Sarandon incarna alla perfezione. “Ho usato la mia visibilità allo scopo di parlare di argomenti poco noti, che riguardavano persone prive di voce. Una delle reazioni più forti si verificò in occasione della cerimonia degli Oscar: feci notare che c'erano degli haitiani trattenuti a Guantanamo perché sieropositivi, e venni espulsa dall'Academy per diversi anni. Poiché quelle persone erano nere e alcune venivano ritenute gay, ricevetti migliaia e migliaia di messaggi d'odio e persino minacce di morte. Insomma, sono successe molte cose, ma credo che non dire nulla quando ho la possibilità di puntare un piccolo riflettore - non agire, insomma - sarebbe per me più dannoso”.
Sull’essere “cambiata come attrice, non sono certo quella che ha iniziato, mi vedo molto diversa: quando mandano spezzoni di vecchi film a cui ho partecipato, mi guardo e mi chiedo perché avessi un'espressione spenta, e perché non mi rendessi conto allora di quanto fossi bella”. L’evoluzione è anche nei rapporti familiari: “Oggi sento una responsabilità soprattutto nei confronti dei miei figli, anche maggiore se possibile rispetto a quando erano dei bambini - sono in un certo senso più vulnerabile”.
Dal privato al pubblico, Sarandon si scaglia contro il segretario alla Difesa Usa Peter Hegseth, che ha recentemente annunciato che Nidal Hasan, l’autore della strage di Fort Hood, sarà fucilato in diretta streaming: “Probabilmente finirò nei guai per averlo detto, ma è evidente che fosse sotto l'effetto di qualcosa. Il fatto che abbia annunciato un'esecuzione in TV è l'esempio perfetto di quanto sia profonda - qual è la parola giusta per descrivere tutto questo? - la mancanza di moralità, l'assenza di sensibilità, la mascolinità tossica dell'attuale governo degli Stati Uniti. L'unico aspetto positivo è che la vicenda ha riaperto il dibattito sulla pena di morte e ha messo ancora una volta in luce la depravazione di questa amministrazione”.
Infine, da attivista pro-Pal quale è, Sarandon rivolge uno sguardo partecipe a Gaza: “Il cessate il fuoco viene di fatto vanificato dalle continue uccisioni. In Libano sono morte oltre 2.000 persone. Ci sono ancora bambini colpiti alla testa da cecchini. Vengono sepolti vivi. Vengono ridotti alla fame. Non possiamo permettere che tutto ciò venga normalizzato. È anche per questo che è importante farsi arrestare: la situazione va avanti da così tanto tempo che se ne parla fin troppo poco”.



